Eutanasia editoriale. WIRED Italia e il giornalismo che smette di esistere senza mai ammetterlo.
Esco quando voglio #109
C’è qualcosa di profondamente rivelatore - quasi didascalico - nel modo in cui è stata accolta la chiusura di Wired Italia. Non tanto per la decisione in sé, che per chiunque abbia anche solo sfiorato i numeri dell’editoria italiana non è purtroppo sorprendente, ma per la reazione corale che ne è seguita. Una reazione che ha preso la forma più rassicurante possibile: quella del cordoglio. Parole piene, partecipazione, ricordi, riconoscimenti. Tutto legittimo, tutto umano. E allo stesso tempo tutto straordinariamente sterile.
Perché il punto, quello vero, non penso sia mai entrato davvero nel dibattito. O meglio: è rimasto sullo sfondo, evocato da pochi e immediatamente riassorbito dal rumore emotivo. Il punto è che WIRED Italia non è stata “colpita” da una decisione improvvisa. È stata accompagnata, lentamente e con una certa ostinazione collettiva, verso una condizione di irrilevanza economica da cui l’editore - Condé Nast - ha semplicemente tratto le conseguenze.
Per capire cosa è successo bisogna fare un passo indietro. Non per nostalgia, ma per contesto. WIRED nasce nel 1993 negli Stati Uniti, in un momento in cui Internet non è ancora un’infrastruttura globale, ma una promessa. Non è una rivista “di tecnologia” nel senso in cui lo intendiamo oggi. È un oggetto culturale che intercetta e, in parte, costruisce una nuova visione del mondo. I suoi fondatori, Louis Rossetto e Jane Metcalfe, non stanno cercando di spiegare un fenomeno già consolidato; stanno contribuendo a definirlo. È una differenza enorme. WIRED non si limita a raccontare il futuro, lo legittima, lo rende desiderabile, lo mette in circolo. È conflittuale, spesso divisiva, ma proprio per questo necessaria.
Quando il brand arriva in Italia, nel 2009, lo fa come operazione editoriale strutturata. Non nasce dal basso, non intercetta una scena nascente: viene introdotto da un grande gruppo internazionale, Condé Nast, con una direzione affidata a Riccardo Luna. L’ambizione dichiarata è quella di portare anche qui quello sguardo sul presente e sul futuro. Ma già in questo passaggio si inserisce una frattura che col tempo diventerà decisiva. Perché mentre negli Stati Uniti WIRED nasce dentro un ecosistema che sta esplodendo - Silicon Valley, venture capital, cultura hacker, università, industria - in Italia si inserisce in un contesto molto più fragile, meno capitalizzato, meno abituato a pagare per l’informazione e, soprattutto, meno disposto ad accettare una voce realmente dissonante.
A quel punto il processo di adattamento è inevitabile. E l’adattamento, nell’editoria italiana, ha una traiettoria abbastanza prevedibile: si attenuano gli spigoli, si amplia il perimetro tematico, si cerca un equilibrio tra profondità e accessibilità che spesso si traduce in compromesso. WIRED Italia, nel corso degli anni, ha prodotto contenuti di qualità, ha dato spazio a firme interessanti, ha costruito eventi che hanno avuto un ruolo nel rendere più visibile e comprensibile il mondo dell’innovazione. Sarebbe intellettualmente disonesto negarlo. Ma allo stesso tempo, progressivamente, ha smesso di essere qualcosa di necessario per diventare qualcosa di apprezzabile. E tra le due cose, nel mercato, c’è un abisso.
Questa trasformazione non è avvenuta in un giorno, né può essere attribuita a una singola direzione o a una scelta editoriale specifica. È il risultato di una serie di pressioni convergenti. Da un lato, la necessità di sostenere una struttura costosa - redazione, produzione, distribuzione, eventi - in un mercato pubblicitario che nel frattempo si spostava altrove. Dall’altro, l’evoluzione dei comportamenti del pubblico, sempre meno incline a pagare per contenuti generalisti e sempre più orientato a consumare informazione gratuita, frammentata, disintermediata. In mezzo, la difficoltà strutturale del giornalismo italiano di ridefinire il proprio valore in un contesto in cui l’accesso all’informazione non è più il problema.
È qui che il racconto pubblico comincia a perdere aderenza con la realtà. Perché mentre il prodotto si trasforma e il modello si indebolisce, la percezione resta quella di una testata “importante”, “necessaria”, “di riferimento”. Lo si vede perfettamente nelle reazioni di queste ore: parole di stima, ricordi personali, riconoscimenti professionali. Tutto vero, ancora una volta. Ma completamente scollegato dalla dimensione che, alla fine, decide la sopravvivenza di una testata: quella economica.
Il punto che quasi nessuno ha il coraggio di affrontare apertamente è che il valore percepito non si è mai tradotto in valore pagato. Non in misura sufficiente, almeno. Le copie vendute in edicola sono da anni su livelli che non consentono alcuna sostenibilità autonoma. Gli abbonamenti digitali, quando ci sono, raramente compensano la perdita del cartaceo. La pubblicità, che per decenni ha tenuto in piedi il sistema, si è progressivamente spostata verso piattaforme che offrono targeting, scala e misurabilità che l’editoria tradizionale non è più in grado di garantire. In questo scenario, continuare a operare una testata che non ha peso a livello dei ricavi complessivi di gruppo e che resta in perdita non è una scelta editoriale: è una scelta di allocazione del capitale.
A questo quadro già evidente si aggiunge un elemento che dice molto più di quanto sembri: il linguaggio utilizzato per raccontare questa decisione. “Transitioning away from publishing”. Non chiudiamo, non tagliamo, non smantelliamo: transizioniamo. È il tipo di formula che non serve a spiegare, ma a rendere accettabile. Una costruzione perfetta per non dire nulla, per non assumersi davvero la responsabilità di una scelta editoriale. Perché quando togli le parole giuste, togli anche il conflitto. E senza conflitto, tutto scivola via molto più facilmente.
In mezzo a questo, poche riflessioni hanno provato ad andare oltre la superficie. Una, tra le poche, è quella di Antonio Piemontese, che ha almeno il merito di spostare il discorso su quello che potrebbe diventare questo modello. Non perché abbia ragione su tutto - alcune letture restano fin troppo indulgenti - ma perché individua una direzione difficile da ignorare.
Il punto non è solo se Wired Italia fosse profittevole oppure no. Il punto è rispetto a cosa. Perché oggi il confronto non è più tra giornalismo fatto bene e giornalismo fatto male. È tra modelli di business.
E in quel confronto, una redazione perde quasi sempre.
Costa di più.
È meno scalabile.
È più imprevedibile.
La risposta, quasi sempre è l’arrocco, lo scontro, lo sciopero, non il rimettersi in discussione per adattarsi o, meglio ancora, proporre un modello dirompente e innovativo. Da questo punto di vista il giornalismo italiano (che ho sullo stomaco per n ragioni) è campione di conservazione. Progressista reazionario. Non sto qui parlando della redazione di Wired, ma della ‘media’.
E allora è molto più semplice - e molto più efficiente - spostare tutto verso formati diversi. Eventi, conferenze, contenuti distribuiti. Una trasformazione che assomiglia molto più a logiche alla TED che a quelle di una rivista.
Meno inchieste, più palco.
Meno giornalisti, più speaker.
Meno lavoro, più format.
Funziona? Sì.
È la stessa cosa? Ovviamente no.
Un evento può generare visibilità, sponsor, contenuti riutilizzabili. Ma non genera lavoro sui documenti. Non genera presenza sul campo. Nel migliore dei casi, genera conversazioni. Nel peggiore, solo esposizione.
E qui si arriva al punto più scomodo, quello che cambia davvero le regole del gioco.
Per anni il limite era semplice: per fare una rivista servivano persone. Oggi quel limite non esiste più.
L’intelligenza artificiale ha abbassato drasticamente la soglia minima necessaria per tenere in piedi un prodotto editoriale. Tradurre contenuti da altre edizioni, adattarli, impaginarli, distribuirli: una parte significativa del lavoro può essere automatizzata o semi-automatizzata. Il risultato è semplice: puoi mantenere in vita un brand, continuare a vendere pubblicità, e allo stesso tempo ridurre drasticamente il costo umano. Chi parte da 0 ha un vantaggio enorme e una grande libertà d’azione, ma chi deve fare i conti con strutture pesanti, costruite intorno al progetto editoriale, più che a quello aziendale… è condannato a soccombere. Si tratta solo di scegliere di che morte morire.
E quando questo diventa possibile, prima o poi diventa inevitabile.
Il fatto che tutto questo sia accaduto nel giorno dello sciopero nazionale dei giornalisti non è solo simbolico, è quasi didattico. Mentre una categoria si ferma per ribadire la propria centralità, il mercato - senza fermarsi un secondo e senza accorgersene - certifica esattamente il contrario. Non con un editoriale, non con una polemica, ma con una decisione economica: questa cosa, così com’è, non è più sostenibile. E, mi spiace dirlo, Condé Nast ha tutto il diritto di farlo e, forse, ha pure ragione.
E la verità più scomoda è che fuori dalla bolla non se n’è accorto quasi nessuno. Nessun vuoto percepito, nessuna emergenza informativa, nessuna sospensione del dibattito pubblico. Le persone hanno continuato a informarsi, a leggere, a farsi un’opinione. Altrove. Spesso peggio, certo. Ma altrove. E questo dovrebbe essere un campanello d’allarme enorme, invece viene ignorato o - peggio - trasformato nell’ennesima prova che “il problema sono gli altri”.
C’è una parte del giornalismo che continua a parlare come se fosse ancora il centro della conversazione pubblica, ma nel frattempo il pubblico ha cambiato stanza. Parlano da profeti, ma il loro popolo è in altre chiese. E non è una questione di qualità intrinseca, è una questione di rilevanza percepita. Se quello che dici non è considerato abbastanza utile, abbastanza distintivo o abbastanza necessario da meritare un pagamento - o anche solo attenzione attiva - allora non sei più un punto di riferimento. Sei una voce tra tante.
E continuare a ignorare questa frattura, rifugiandosi nella retorica del ruolo sociale o nella difesa corporativa, non la colma. La allarga.
A questo punto diventa inevitabile allargare lo sguardo oltre il caso specifico. Perché WIRED Italia non è un’eccezione: è un sintomo. Il sistema editoriale italiano è da tempo in una condizione di contrazione strutturale. Le tirature dei principali quotidiani sono una frazione di quelle di vent’anni fa, la distribuzione cartacea è sempre più costosa e meno efficace, il digitale non ha trovato un equilibrio sostenibile se non in pochi casi molto specifici. In questo contesto, continuare a ragionare come se bastasse “fare bene il proprio lavoro” per garantire la sopravvivenza di una testata è una forma di autoassoluzione.
Questo non significa che la responsabilità sia interamente da una parte. Gli editori hanno spesso inseguito modelli di business già superati, ritardando investimenti e scelte difficili. E per quelli, tra di loro, che hanno provato a cambiare le carte è stata una lotta impari, osteggiati internamente e dalle spartizioni commerciali.
I lettori, da parte loro, hanno progressivamente smesso di considerare l’informazione come un bene per cui vale la pena pagare, abituandosi a un consumo gratuito che ha inevitabilmente eroso le basi economiche del sistema.
I giornalisti, infine, si trovano in una posizione ambigua: da un lato rivendicano giustamente il valore del proprio lavoro, dall’altro faticano a misurarsi con un mercato in cui quel valore deve essere riconosciuto e sostenuto da qualcuno disposto a pagarlo.
In questo intreccio, le reazioni di queste ore assumono un significato particolare. Non sono semplicemente espressioni di solidarietà; sono anche un modo per evitare il confronto con una domanda più scomoda: perché, nonostante la stima diffusa, una testata come WIRED Italia non è riuscita a costruire una base economica sufficiente a sostenerla? È una domanda che riguarda il prodotto, certo, ma anche il pubblico, il contesto, le aspettative. E che richiede risposte meno consolatorie di quelle che circolano.
Dispiace per chi ci lavorava, e questo non è negoziabile. In ogni redazione ci sono persone che fanno il proprio lavoro con serietà, competenza, spesso con passione. Alcune di queste persone troveranno altri spazi, magari più piccoli, ma più sostenibili; altre, forse, proveranno a costruire progetti propri, mettendo alla prova direttamente sul mercato quel valore che oggi rivendicano. Non escluderei nemmeno che il tutto rientri o venga rimandato. È un passaggio difficile, ma è anche l’unico che, nel lungo periodo, può ridefinire un equilibrio più sano tra chi produce informazione e chi la consuma.
Per tutti gli altri, quelli che continueranno a leggere la vicenda solo in chiave di ingiustizia o di attacco al giornalismo, il rischio è di restare intrappolati in una narrazione che non regge più. Il giornalismo non è scomparso, né scomparirà. Ma non può più permettersi di esistere indipendentemente dalla sua capacità di generare valore riconosciuto e sostenuto. In assenza di questo, ogni discorso sul ruolo sociale, per quanto fondato, resta sospeso.
La chiusura di WIRED Italia, in fondo, non è la fine di una storia. È la fine di un paradigma dato per scontato: quello che basti essere stimati per essere sostenibili e che un editore si possa fare carico di questa missione a prescindere. In un mercato che ha cambiato regole, strumenti e abitudini, quella distinzione è diventata decisiva. E ignorarla, ancora una volta, non farà che preparare il terreno alla prossima “notizia terribile”.
Se davvero si vuole difendere il giornalismo, bisogna iniziare a difenderlo dal suo alibi preferito: quello di essere indispensabile per definizione. Perché il mercato, nel silenzio totale, sta dicendo l’esatto opposto.





Il punto secondo me è che il tipo di valore che genera il giornalismo non potrà mai essere economico. O per li meno solo esclusivamente economico. E se il successo di ogni impresa viene misurata con i soldi, qual è allora la via d'uscita possibile?
Probabilmente qualcuno si offenderà per un giudizio così 'ragionevole' e troppo poco per bene