Il problema dell’Italia non è riuscire a fermare chi parte: è tornare a essere un Paese nel quale abbia senso restare, tornare e, soprattutto, arrivare.
Renato Brunetta ha scritto sul Sole 24 Ore un lungo intervento dal titolo “Fermare l’emorragia di capitali e talenti in Italia”. Prima di discutere quel verbo - “fermare”, che su un sito che si chiama Esco quando voglio qualche problema inevitabilmente lo crea - vale la pena riassumere bene il suo ragionamento, perché è più articolato del solito lamento sui cervelli in fuga. Brunetta mette insieme due emorragie che considera in fondo molto simili.
La prima è quella del capitale finanziario: l’Italia e l’Europa producono enormi quantità di risparmio, ma una parte consistente di quel denaro non viene trasformata in investimenti produttivi, innovazione e crescita delle nostre imprese e finisce invece per finanziare altre economie.
La seconda è quella del capitale umano: famiglie e Stato investono per venti o trent’anni nella formazione di una persona e, proprio quando quell’investimento dovrebbe cominciare a produrre i suoi frutti, una quota crescente dei giovani più preparati prende e va a lavorare da qualche altra parte.
La conclusione di Brunetta non è, fortunatamente, “diamogli uno sconto fiscale e vedrete che tornano tutti”. Sostiene piuttosto che l’Italia rimane straordinariamente attraente come luogo nel quale vivere, ma molto meno come luogo nel quale costruire una carriera, fare ricerca, far crescere un’impresa, innovare e vedere riconosciute rapidamente le proprie competenze. Mette quindi sul tavolo salari, produttività, dimensione troppo piccola di tante aziende, investimenti, università, ricerca, meccanismi di carriera, burocrazia e capacità del sistema di premiare merito e competenze. Gli incentivi al rientro possono aiutare, ma non possono compensare indefinitamente un ambiente che funziona peggio di quello dal quale si sta cercando di richiamare una persona. E Brunetta arriva anche a un punto che mi interessa particolarmente: se parliamo davvero di attrattività, non possiamo limitarci agli italiani da far tornare. Dobbiamo riuscire anche ad attrarre persone dall’estero e a integrare meglio quelle che sono già arrivate.
Fin qui, francamente, non ho moltissimo con cui litigare. Anche perché i numeri del rapporto CNEL sull’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati, da cui Brunetta parte, sono abbastanza difficili da ignorare. Tra il 2011 e il 2024 sono state registrate 630 mila partenze di cittadini italiani tra i 18 e i 34 anni; al netto degli ingressi il saldo è di circa -441 mila. Nel solo 2024 sono partiti 78 mila giovani e il saldo è stato negativo per 61 mila. Nel triennio 2022-2024 il 42,1% di chi è emigrato aveva una laurea, contro il 33,8% medio dell’intero periodo. Il CNEL stima inoltre in 159,5 miliardi il valore del capitale umano corrispondente al saldo migratorio giovanile del periodo, utilizzando come riferimento i costi sostenuti dalle famiglie e dal settore pubblico per crescere e formare quelle persone.
C’è poi quel famoso rapporto di nove a uno, che però va spiegato bene perché altrimenti rischiamo di usarlo per dire una cosa diversa da quella che misura. Il CNEL prende i dieci principali Paesi avanzati verso i quali emigrano i giovani italiani - tra gli altri Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia, Spagna e Stati Uniti - e confronta gli scambi nelle due direzioni. Tra il 2011 e il 2024 circa 486 mila giovani italiani sono andati in quei Paesi e soltanto 55 mila loro coetanei provenienti dagli stessi Paesi sono venuti in Italia. Ecco il nove a uno. Non significa che per ogni giovane che entra in Italia ne escano nove: l’Italia, come vedremo, riceve moltissima immigrazione da altre parti del mondo. Significa una cosa più precisa e forse ancora più interessante: nel mercato internazionale dei giovani mobili dei Paesi ricchi, l’Italia è molto più brava a esportare che a importare. Non a caso, nello stesso confronto il CNEL calcola che soltanto l’1,9% dei giovani europei e statunitensi considerati scelga l’Italia, contro il 20% che sceglie la Germania.
È qui che comincio ad avere un piccolo problema con il verbo “fermare”. Non soltanto perché, dopo aver passato gran parte della mia vita fuori dall’Italia, sarei un testimonial piuttosto improbabile per una campagna dal titolo Restate tutti a casa. Ma perché non sono affatto convinto che un ragazzo di venticinque anni che parte per Berlino, Londra, Amsterdam o Singapore rappresenti automaticamente una perdita. A venticinque anni potrebbe essere una delle cose migliori che gli capitano: impara una lingua, incontra persone diverse, scopre come funziona un altro mercato del lavoro, guadagna di più, forse sbaglia lavoro due volte, magari ne trova un terzo migliore e, dettaglio non irrilevante, si accorge che il mondo non finisce esattamente al casello autostradale della città nella quale è nato. Può rientrare cinque anni dopo con competenze che prima non aveva, può rientrare a cinquanta, può non rientrare mai ma continuare a investire, lavorare o creare relazioni con l’Italia. La mobilità non è il problema. In un’economia aperta dovrebbe essere la normalità.
Il problema è che, per funzionare, la circolazione deve possibilmente avere due corsie. I tedeschi partono dalla Germania, i francesi dalla Francia e gli olandesi dall’Olanda. Ma mentre alcuni partono, altri arrivano. Il sistema assorbe persone da fuori, riassorbe una parte di quelle che se ne erano andate e crea abbastanza opportunità perché un giovane straniero possa pensare seriamente: forse quella parte della mia vita la passo lì. È questa asimmetria, molto più della partenza in sé, a rendere preoccupanti i dati italiani. E infatti la stessa conclusione del CNEL è che l’Italia, negli scambi con gli altri Paesi avanzati, non partecipa a una vera circolarità: è molto più fornitrice che ricettrice di giovani.
Anche i famosi 630 mila vanno però trattati per ciò che sono: statistiche anagrafiche sui movimenti e non il conteggio cinematografico di 630 mila ragazzi con la valigia di cartone che hanno definitivamente salutato la mamma alla stazione. Il dato del 2024, in particolare, è stato influenzato dall’introduzione di norme più stringenti sull’iscrizione all’AIRE, che ha fatto emergere anche situazioni precedenti. I nuovi dati ISTAT aiutano a capire la dimensione dell’effetto: gli espatri di cittadini italiani sono passati dal picco di 141 mila nel 2024 a 109 mila nel 2025 e il saldo migratorio degli italiani con l’estero è migliorato da -83 mila a -53 mila. Il problema quindi rimane molto serio, ma questo è un altro buon esempio del motivo per cui bisognerebbe diffidare sia di chi usa un numero per dire che stiamo precipitando domani mattina nell’Adriatico, sia di chi usa la correzione di quel numero per sostenere che in fondo va tutto bene.
Poi c’è un’altra cosa curiosa. Mentre discutiamo da anni del fatto che l’Italia non riesce ad attrarre nessuno, nel 2025 sono arrivate dall’estero circa 440 mila persone. Di queste, 383 mila erano cittadini stranieri e 56 mila italiani che rientravano. Nello stesso anno le uscite complessive sono state 144 mila e il saldo migratorio internazionale dell’Italia è quindi risultato positivo per circa 296 mila persone. Al 1° gennaio 2026 vivevano nel Paese 5,56 milioni di cittadini stranieri, pari al 9,4% della popolazione residente. E questo senza contare, naturalmente, chi è nato all’estero o ha origini straniere ma nel frattempo ha acquisito la cittadinanza italiana. Quindi una prima cosa possiamo dirla: non è vero che l’Italia non attrae persone. Ne attrae parecchie. Il problema è quali persone attraiamo, quali possibilità offriamo loro, dove vanno a vivere, per quanto tempo rimangono e quanto riusciamo a trasformare la loro presenza in partecipazione economica e sociale stabile.
Qui bisogna anche evitare un altro comodo cliché. Non tutti gli immigrati arrivano con moglie, marito, due bambini e il progetto di aprire una bottega in piazza salvando contemporaneamente la scuola, l’alimentari e la squadra di calcetto del paese. Sarebbe una caricatura altrettanto fantasiosa di quella del digital nomad americano che atterra a Fiumicino con il MacBook, 150 mila dollari di reddito e l’improvvisa missione esistenziale di ripopolare l’Appennino. Tra cinque milioni e mezzo di cittadini stranieri ci sono dipendenti, operai, medici, badanti, muratori, studenti, imprenditori, professionisti, disoccupati, pensionati; persone sole e famiglie; chi resterà per tutta la vita e chi fra tre anni sarà in Germania. Insomma, incredibilmente, sono una popolazione.
Detto questo, è interessante osservare che la loro presenza economica non si esaurisce affatto nel lavoro dipendente. Alla fine del 2025 le imprese a conduzione straniera erano 673.103, l’11,6% dell’intera base imprenditoriale italiana. Quasi un residente su dieci è cittadino straniero e più di un’impresa su nove è classificata come straniera. Non sono due percentuali statisticamente sovrapponibili — la definizione camerale dell’impresa straniera e quella anagrafica di cittadino straniero non costruiscono lo stesso universo e sarebbe scorretto trasformare il confronto in una qualche magica “propensione imprenditoriale del +23%”, ma la dimensione del fenomeno è difficile da considerare marginale. Nel solo quinquennio 2021-2025, mentre le imprese a titolarità italiana si riducevano del 4,6%, quelle straniere aumentavano del 4,7%; guardando al decennio precedente, Unioncamere rilevava già una crescita superiore al 27% delle imprese straniere contro una riduzione del 5,6% di quelle definite autoctone.
Questo non vuol dire, naturalmente, che l’immigrazione risolva automaticamente i problemi demografici italiani. Basta guardare dove vanno le persone. Il 58,1% dei cittadini stranieri residenti vive al Nord e un altro 24,2% al Centro; nel Mezzogiorno sono meno di un milione e rappresentano appena il 5% della popolazione. Anche gli immigrati, sorpresa, tendono ad andare dove ci sono lavoro, servizi, reti familiari, collegamenti e prospettive. Una casa che costa 20 mila euro in un paese nel quale non c’è un lavoro, non c’è un autobus e la scuola ha chiuso non diventa automaticamente irresistibile perché la persona è nata a Bucarest, Casablanca o Buenos Aires. E questo dovrebbe insegnarci qualcosa anche quando parliamo di ripopolamento: le case economiche possono aiutare, ma le persone non si trasferiscono dentro una tabella immobiliare.
Lo stesso errore di prospettiva emerge quando parliamo del Mezzogiorno e immaginiamo sempre il giovane laureato che fugge all’estero. Tra il 2019 e il 2025 il Sud ha perso per saldo circa 150 mila laureati italiani tra 25 e 34 anni. Ma soltanto 28 mila sono stati persi nello scambio con l’estero. Ben 122 mila sono andati verso il Centro-Nord. Per molti territori meridionali, quindi, il principale concorrente non è Londra. È Milano, Bologna, Torino o Roma. Il ragazzo che non trovi più al bar del paese non necessariamente sta bevendo una pinta a Shoreditch: potrebbe molto più banalmente essere finito a Milano a pagare 1.200 euro al mese per un monolocale a Porta Romana, stile Taaac. E, a giudicare dagli annunci immobiliari di questi giorni, i 1.200 euro non sono neppure la parte comica della frase.
Questo dato, secondo me, cambia molto il modo nel quale dovremmo parlare di “rientro dei cervelli”. Se una Regione del Sud perde quattro giovani laureati verso Milano per ogni giovane laureato che perde verso l’estero, limitarsi a pensare a un incentivo per convincere qualcuno a rientrare da Boston significa concentrarsi su una fetta piuttosto particolare del problema. Servono certamente politiche per chi vuole tornare dall’estero, ma servono prima ancora ragioni per restare a chi non è ancora partito e ragioni per tornare o trasferirsi a chi oggi vive a quattrocento chilometri di distanza. E poi, già che ci siamo, ragioni per rimanere allo straniero che in quel territorio ci è già arrivato e per scegliere quel territorio a qualcuno che oggi vive altrove. Il comune che perde cento abitanti non ha una casella separata per il laureato rientrato da Londra, il calabrese che torna da Bologna e il rumeno che decide di restare. Alla fine dell’anno, nel bilancio demografico, sono tutti residenti. Poi possiamo tranquillamente organizzare tre convegni diversi per definirli.
Ed è anche per questo che trovo pericoloso raccontare il ripopolamento attraverso categorie molto fotogeniche ma numericamente piccole. I digital nomad possono essere utilissimi per riattivare un luogo, portare idee, reti internazionali, consumo e magari qualche nuovo residente temporaneo. Gli expat con redditi elevati possono portare capitale, domanda immobiliare e competenze. I pensionati stranieri possono sostenere servizi e commercio locale. Tutto vero. Ma prima di attribuire a ciascuna di queste categorie il compito di salvare i borghi italiani sarebbe utile mettere il numeratore sopra un denominatore. Se un territorio perde migliaia di persone e ne arrivano cinquanta grazie a un progetto molto bello, quei cinquanta sono un risultato; non sono ancora una strategia demografica. Nel frattempo ci sono milioni di stranieri già residenti, centinaia di migliaia di italiani che si spostano ogni anno tra regioni e decine di migliaia che tornano dall’estero. È probabilmente lì, nell’insieme di questi movimenti molto meno Instagrammabili, che si trovano i numeri veri.
Su un punto, quindi, Brunetta secondo me ha assolutamente ragione: gli incentivi fiscali non possono comprare l’attrattività. Possono ridurre il costo di una scelta, compensare una parte del rischio e rendere conveniente un rientro che altrimenti non lo sarebbe. Ma se uno stipendio rimane troppo basso, la carriera lenta, l’impresa difficile da far crescere, la casa irraggiungibile, i servizi insufficienti e la burocrazia una specie di escape room progettata da qualcuno con parecchio tempo libero, prima o poi il vantaggio fiscale finisce e rimane il Paese reale. L’attrattività sostenibile nasce quando le condizioni che convincono uno straniero a venire sono, più o meno, le stesse che convincono un italiano a non andarsene: lavoro, reddito, casa, servizi, scuole, mobilità, possibilità di crescere, regole comprensibili e la sensazione non trascurabile che impegnarsi serva a qualcosa.
C’è poi un’ultima contraddizione alla quale dovremmo prestare attenzione. Non possiamo costruire un’Italia nella quale il professionista che arriva con uno stipendio americano riceve un regime fiscale agevolato, una welcome guide in inglese e magari un servizio dedicato del Comune, mentre il trentenne che è cresciuto nella porta accanto non riesce a permettersi l’affitto. Né possiamo indignarci perché i nostri giovani laureati vengono valorizzati all’estero e contemporaneamente considerare milioni di persone che hanno scelto l’Italia soltanto come manodopera necessaria ma provvisoria. Naturalmente non tutte le persone che arrivano rappresentano lo stesso capitale umano, non tutte hanno le stesse competenze e non tutta l’immigrazione produce automaticamente sviluppo. Ma esattamente lo stesso vale per gli italiani. Una seria politica dell’attrattività dovrebbe partire dalle persone e dalle competenze reali, non dal passaporto che rende più elegante la brochure.
Alla fine, quindi, cambierei una sola parola nel titolo di Brunetta. Più che fermare l’emorragia, dovremmo cercare di trasformarla in circolazione. Vorrei continuare a vedere ragazzi italiani partire per Berlino, Londra, New York o Singapore, perché spesso sarà la cosa migliore che possano fare. Ma vorrei che un numero crescente di loro potesse tornare senza vivere il ritorno come una rinuncia; che un ragazzo tedesco potesse considerare Torino altrettanto seriamente quanto Monaco; che una ricercatrice americana trovasse ragioni professionali, e non soltanto estetiche, per scegliere Bologna; che un lavoratore albanese già qui da dieci anni vedesse la possibilità di costruire qui il proprio futuro; che un giovane pugliese trasferito a Milano potesse un giorno decidere di lavorare dalla Puglia senza fare archeologia della propria carriera.
Forse è questa la misura più interessante dell’attrattività di un Paese. Non quante persone riesce a trattenere, quasi mettendo una sbarra all’uscita, ma quante persone possono ragionevolmente scegliere di starci: quelle che ci sono nate, quelle che se ne sono andate e quelle che italiane non lo sono mai state.
In fondo il punto di Esco quando voglio è sempre stato proprio questo. Poter uscire è una libertà. Avere una buona ragione per tornare è un successo. Dare agli altri una buona ragione per arrivare sarebbe forse il segnale che abbiamo finalmente capito il problema.
I dati citati provengono principalmente dal Rapporto CNEL 2025 sull’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati, dai dati ISTAT sulle migrazioni 2024-2025 e sugli indicatori demografici 2025 e dalle rilevazioni Unioncamere-InfoCamere sull’imprenditoria straniera.



