Esco quando voglio. E magari torno.
Brain Drain in Europe
In questi giorni mi è ricapitato sul desktop un grafico che avevo messo da parte, probabilmente con l’intenzione serissima di farci un post e poi, come accade a molte intenzioni serissime, dimenticato lì tra una fattura, uno screenshot e qualche altra prova archeologica della mia disorganizzazione digitale. Chiedo venia: non ricordo più esattamente da dove l’ho raccolto, anche se il grafico è firmato DataPulse e cita Destatis ed Eurostat. Il titolo è di quelli che funzionano subito, perché mette insieme due parole che accendono qualsiasi discussione europea: brain drain. Fuga dei cervelli. Nel grafico quasi tutti i Paesi europei risultano negativi nel saldo tra persone nate nel Paese che se ne vanno e persone nate nel Paese che rientrano. Germania, Italia, Spagna, Svezia, Belgio, Lussemburgo: quasi tutti in rosso. Solo Lituania e Bulgaria in positivo.
E, come prevedibile, appena un grafico del genere circola, partono subito i commenti acidi. È colpa dell’Unione Europea. È colpa delle frontiere aperte. È colpa dell’Italia che fa scappare i cervelli. È colpa dei giovani che non vogliono più sacrificarsi. È colpa dei governi, dei burocrati, di Bruxelles, dell’euro, dei monopattini e, se proprio avanza tempo, anche del cappuccino dopo pranzo.
Però, prima di usarlo come clava ideologica, forse varrebbe la pena fermarsi dieci secondi e farsi una domanda molto semplice: se quasi tutti i Paesi sono negativi, dove vanno tutti?
Perché non è che milioni di europei siano partiti tutti per gli Stati Uniti trasformando Manhattan, Miami e Austin in gigantesche succursali del continente, con più moka, più dottorati e meno parcheggi. Il punto è che quel grafico non mostra una mappa delle destinazioni, non racconta dove vadano le persone, non distingue tra chi parte per lavoro, chi per studio, chi per amore, chi per tasse, chi per casa, chi per clima, chi per esasperazione, chi per curiosità, chi per tre anni e chi per sempre. Mostra una fotografia: il saldo dei nati in ciascun Paese. E una fotografia, se la si guarda senza il film prima e dopo, rischia sempre di farci inventare la trama sbagliata.
Un italiano nato in Italia che si trasferisce in Germania peggiora il dato italiano, ma non migliora quello tedesco, perché per la Germania non è un tedesco che rientra: è una persona nata altrove che arriva. Se poi un tedesco va in Svizzera, uno svedese va in Spagna, uno spagnolo va nel Regno Unito e un britannico va in Australia, ecco che molti Paesi possono risultare contemporaneamente “perdenti” rispetto ai propri nati, pur continuando magari ad attrarre persone nate altrove. Non è una fuga ordinata da un’Europa sconfitta verso un paradiso esterno. È una circolazione continua, disordinata, spesso razionale, a volte emotiva, quasi sempre molto più complessa della propaganda di chi vorrebbe trasformare ogni valigia in un referendum contro qualcosa.
E qui arriviamo al punto politico vero. La mobilità è un rischio? Se le persone possono uscire, possono anche decidere di non tornare. Se possono confrontare Milano con Berlino, Roma con Madrid, Stoccolma con Lisbona, Londra con Dubai, Torino con Amsterdam o il proprio paese con un qualunque posto dove l’affitto costa meno e lo stipendio arriva puntuale, allora non ci si può più permettere di essere mediocri e pretendere fedeltà. Ma siamo sicuri che questa sia solo una minaccia? Siamo sicuri che il problema sia la porta aperta, e non piuttosto il fatto che molte stanze, una volta aperta la porta, si rivelano meno abitabili di quanto raccontassero i dépliant?
Perché dare la colpa all’Unione Europea è comodo, ma non basta. L’UE ha reso più facile muoversi. Ha aperto corridoi, abbassato barriere, normalizzato l’idea che una persona possa studiare in un Paese, lavorare in un altro, innamorarsi in un terzo e poi magari tornare nel primo con più competenze, più relazioni e una diversa idea di vita. Ma l’UE non ha inventato il desiderio di partire. Ha semmai reso più evidente una cosa che esisteva già: le persone fanno confronti. E se il Regno Unito post-Brexit continua a vedere britannici che se ne vanno, se il Lussemburgo appare in rosso pur essendo ricco, internazionale e tutt’altro che periferico, se la Svezia non è immune pur non essendo esattamente l’esempio classico del disastro mediterraneo, allora forse il punto non è “l’Europa ci ha rovinati”. Forse il punto è che la mobilità contemporanea mette tutti in competizione sulla cosa più concreta di tutte: la qualità della vita reale.
La verità è che la gente si muove. Esce, quando vuole. Prova, sbaglia, torna, riparte, cambia idea, si innamora di un posto, si stufa di un altro, segue un lavoro, una scuola, una famiglia, una fiscalità, una casa possibile, una prospettiva meno faticosa. Questo non significa che non esista la fuga dei cervelli italiana, o tedesca, o spagnola. Esiste eccome. Ma ridurre tutto a “ci stanno portando via i migliori” è una mezza verità. L’altra metà è che molti di quelli che escono possono anche rientrare, se trovano una ragione per farlo. E molti che entrano possono diventare parte della nostra crescita, se li accogliamo davvero e non li trattiamo come ospiti provvisori da tollerare finché servono.
Il punto, allora, non dovrebbe essere chiudere le porte. Quella è la tentazione di chi pensa che il talento si trattenga come si trattiene un gatto in casa: sbarrando tutto e sperando che non graffi il divano. Il punto è tenere le porte aperte in entrambe le direzioni: per uscire, per entrare, per tornare. Una società matura non ha paura che i suoi giovani vedano il mondo; ha paura, semmai, di non avere abbastanza da offrire quando decidono dove costruire il prossimo pezzo della propria vita.
È un po’ come il pranzo della domenica dalla nonna. Non ci torni perché qualcuno ti ha sequestrato le chiavi della macchina o perché ti hanno messo una frontiera in fondo alla strada. Ci torni perché sai che troverai un tavolo apparecchiato, qualcuno che ti aspetta, un posto dove sederti, qualcosa di buono, una forma di appartenenza che non ha bisogno di essere urlata. Se vuoi che la gente torni, devi rendere casa un posto in cui valga la pena tornare. Non un posto da cui sia difficile uscire.
Ecco perché quel grafico, più che una condanna dell’Europa, dovrebbe essere un promemoria per i territori. Non basta lamentarsi della mobilità. Bisogna meritare la scelta. Stipendi, case, scuole, sanità, treni, burocrazia, fiscalità, comunità, opportunità, tempo. Tutto il resto è nostalgia amministrata male. La mobilità non è la fine dell’appartenenza: è il suo stress test. E chi vuole davvero trattenere o far rientrare persone non deve costruire muri, ma motivi.




