Enhanced Games: le Olimpiadi dove il doping è permesso. E che raccontano molto più dello sport
Un 'fuori campo' per Esco quando voglio
Confesso che questo è il classico tema da “esco quando voglio”. Non è il mio campo, e infatti ci andrei molto cauto. Però questa storia mi ha incuriosito parecchio. E anche un po’ turbato, sinceramente.
Perché gli Enhanced Games non sono semplicemente “una gara di atleti dopati”, come molti li stanno liquidando. Dietro c’è un’idea molto più radicale - e molto americana - di cosa dovrebbe diventare il corpo umano nel XXI secolo.
In pratica, gli Enhanced Games sono una sorta di Olimpiadi parallele dove l’uso di sostanze dopanti non solo è consentito, ma apertamente accettato e medicalmente supervisionato. Gli atleti possono utilizzare testosterone, ormoni, EPO, peptidi e altri prodotti normalmente vietati dalle federazioni sportive tradizionali, purché approvati per uso medico negli Stati Uniti.
La prima edizione si è svolta a Las Vegas, con discipline come sprint, nuoto e sollevamento pesi. Dietro il progetto ci sono investitori enormi, ambienti libertarian americani, personaggi legati al mondo tech e persino gruppi vicini alla famiglia Donald Trump Jr.. Non a caso l’estetica dell’evento sembra un incrocio tra sport professionistico, biohacking, Silicon Valley e cultura “wellness-performance”.
E qui arriva la parte che mi interessa davvero. Perché secondo me gli Enhanced Games non parlano solo di sport. Parlano della società che stiamo diventando.
L’idea di fondo è quasi filosofica: se la tecnologia può migliorare il corpo umano, perché dovremmo impedirlo? Se esistono sostanze che aumentano forza, recupero, velocità o resistenza… perché fingere che l’essere umano “naturale” sia ancora il parametro assoluto? E a quel punto ti rendi conto che questo ragionamento ormai è ovunque. Non solo nello sport.
Viviamo in un’epoca ossessionata dall’ottimizzazione personale. Sonno monitorato. Integratori continui. Testosterone clinics. Ozempic. AI per essere più produttivi. Routine estreme. Longevity. Corpo trasformato in progetto da aggiornare continuamente. Gli Enhanced Games sembrano semplicemente la versione più esplicita e meno ipocrita di tutto questo. Ed è proprio qui che io personalmente inizio a sentirmi a disagio.
Perché una cosa è migliorarsi, curarsi, stare bene. Un’altra è entrare in una logica dove ogni limite umano diventa un problema da correggere chimicamente o tecnologicamente. Dove la performance diventa il valore assoluto.
E nello sport questa cosa cambia completamente il significato della competizione.
Per decenni il doping è stato considerato una violazione delle regole comuni. Qui invece il concetto stesso di regola viene ribaltato: non vince chi riesce entro i limiti, ma chi riesce a spingerli più avanti grazie a medicina, protocolli e risorse.
A quel punto non stai più guardando solo l’atleta. Stai guardando anche il laboratorio dietro di lui.
La cosa più sorprendente, però, è che - almeno per ora - il risultato sportivo non è stato nemmeno così rivoluzionario. Alcuni record promessi non sono arrivati. Alcuni vincitori hanno gareggiato addirittura senza doping. E il famoso dominio “post-umano” annunciato dal marketing non si è davvero visto. Come ha notato anche il Financial Times, alla fine la parte più pompata dell’evento è stata forse proprio la comunicazione.
Ed è quasi ironico.
Perché forse questa storia, involontariamente, ha dimostrato anche il contrario di quello che voleva dimostrare: il corpo umano non è un videogioco da moddare facilmente. Talento, tecnica, testa, esperienza e pressione mentale contano ancora enormemente.
Detto questo, non riesco nemmeno a liquidare tutto come “circo”. Sarebbe troppo facile.
Perché gli Enhanced Games intercettano qualcosa di reale. Una società che sta progressivamente normalizzando l’idea di enhancement continuo. Non solo nello sport, ma nella vita, nel lavoro, nell’estetica, nella produttività.
Ed è forse questo che mi lascia addosso quella sensazione strana.
Non tanto il doping in sé. Ma il fatto che questa roba sembri meno fantascienza di quanto avrei pensato cinque anni fa.



