Il 23 agosto 2025, nel numero 90 di Esco quando voglio, scrivevo «Mi sa che prendo un sabbatico… o forse no (magari mezzo)». Dopo oltre trent’anni trascorsi a inventare, costruire, dirigere e complicarmi la vita con aziende, progetti e iniziative di ogni genere, cadute, malattie, rilanci e palle varie… mi sembrava arrivato il momento di rallentare, possibilmente senza trasformare anche il rallentamento in un progetto con obiettivi, scadenze e riunioni di avanzamento.
Sono passati quattordici mesi e posso finalmente tracciare un primo bilancio: il mio anno sabbatico è stato un ‘total failure’ o forse deve ancora iniziare.
La cosa buffa è che mi ero impegnato seriamente. Mi ero dimesso da quasi tutto, liberandomi anche di buona parte delle cose accumulate negli anni, con un entusiasmo per la vita essenziale che, a ripensarci, aveva qualcosa di vagamente teatrale o francescano. Avevo predisposto un programma ragionevole: leggere di più, scrivere di più, insegnare, approfondire qualche ricerca e recuperare una dimensione della vita nella quale non tutto dovesse necessariamente produrre un risultato.
Sulla lettura e sulla scrittura, sorprendentemente, ho mantenuto le promesse. Ho letto parecchio, scritto altrettanto e sono riuscito persino a pubblicare qualche libro e a portare avanti alcune ricerche. L’insegnamento si è finora limitato a poche esperienze sporadiche, mentre non sono certo mancati gli eventi, le conferenze e gli incontri pubblici. Anzi, francamente, ne ho frequentati fin troppi.
Questi ultimi hanno confermato una caratteristica che mi accompagna praticamente dalle feste delle medie: sul palco me la cavo benissimo (sono un cavolo di narcisista represso), ma appena comincia il momento di ‘networking’ divento meno socievole della tappezzeria, con la quale cerco generalmente di confondermi. Non è timidezza, perché parlare davanti a centinaia di persone non mi crea alcun problema; è proprio che stare in mezzo a troppe persone contemporaneamente mi infastidisce. Le folle, il chiacchiericcio, le conversazioni obbligate e quella particolare liturgia degli eventi nella quale bisogna stringere mani (bleah), scambiare biglietti da visita (ormai virtuali) e manifestare un interesse inesauribile per il prossimo mi provocano un disagio che, ultimamente, riesce persino a farmi salire la pressione.
Posso parlare tranquillamente a una platea, ma il successivo aperitivo di networking mi fa desiderare di essere stato invitato come elemento decorativo. Una pianta, magari. Purché nessuno si metta a conversare con lei.
Quanto ai progetti che avevo lasciato, ho scoperto che dimettersi è relativamente semplice; convincere ciò che hai costruito a smettere di cercarti è tutta un’altra faccenda. Ci sono responsabilità, vicende e persone che continuano a presentarsi alla porta (o al telefono), apparentemente ignare del fatto che tu abbia deciso di prenderti una pausa.
Ma il vero errore di impostazione è stato un altro, molto più domestico: ho dimenticato di verificare se anche mia moglie avesse intenzione di prendersi un sabbatico.
Non ne aveva allora e non ne ha alcuna anche oggi.
Mia moglie possiede un talento organizzativo che, applicato a una grande multinazionale, probabilmente produrrebbe risultati straordinari (e qualche sciopero). Applicato a me, produce soprattutto spostamenti di mobili, riparazioni, traslochi, sopralluoghi e una quantità sorprendente di lavori che fino a poco tempo fa ritenevo appartenessero a professionisti dotati di attrezzature, competenze e adeguata copertura assicurativa.
Nel frattempo, grazie a YouTube, imparo a destreggiarmi tra fili elettrici, tubi, cemento, calce, stucco e pittura, compresa l’arte - meno banale di quanto sembri - di dipingere senza lasciare aloni. Mi sporco le mani di terra, prendo confidenza con utensili che fino a ieri guardavo con sospetto e comincio a capire come evitare che una piccola riparazione si trasformi in un’alluvione. Continuo a detestare gli insetti, che peraltro sembrano considerare questa mia avversione un’informazione del tutto irrilevante.
Considerando che tra meno di un mese compirò 52 anni, scoprire di saper fare cose che a cinquanta consideravo fuori dalla mia portata è una delle soddisfazioni più inattese dell’esperimento. Non è mai troppo tardi per imparare, soprattutto quando hai accanto qualcuno che considera l’apprendimento una conseguenza inevitabile di un ordine impartito.
Eppure devo riconoscere che mi piace. Mia moglie mi trascina da un posto all’altro, cambia programmi, inventa nuove destinazioni, progetti, cose urgenti da fare e trova sempre qualcosa da sistemare. Io protesto quanto basta per salvare le apparenze, poi la seguo volentieri per evitare di essere picchiato. Forse perché, dopo tanti anni trascorsi a decidere quasi tutto (o illudermi che così fosse), è sorprendentemente piacevole lasciare a qualcun altro il comando. Almeno finché non compare una cazzuola.
Da mesi viviamo con una sola valigia e uno zainetto contenente laptop, VPN e quanto serve per gestire a distanza quasi tutto quello che richiede ancora la mia attenzione. Una forma di nomadismo piuttosto pauperistico, quasi scalzo, che si rivela molto più gradevole del previsto.
Non sento la mancanza degli armadi, né tantomeno dell’impegno quotidiano di scegliere cosa indossare. Peraltro, considerando che il mio guardaroba professionale è composto quasi interamente da gradazioni di grigio, manco fossi un pervertito sartoriale ossessionato dalle cinquanta sfumature, e che le scarpe sono rigorosamente tutte nere, non è che le possibilità creative fossero immense. Adesso alterno pochi pantaloncini, magliette e felpe in tre o quattro colori. Con una buona lavatrice si apre un universo di combinazioni che nessuna cabina armadio mi aveva mai fatto apprezzare.
Meno romantica, invece, è la scoperta della vita nei piccoli comuni italiani (se li chiamo borghi mi viene l’herpes). Attraversiamo e abitiamo realtà molto diverse, incontrando persone straordinarie, generosità inattese e forme di collaborazione che sembravano scomparse insieme alle cabine telefoniche. In alcuni paesi il baratto è ancora un principio economico perfettamente funzionante: un passaggio in macchina, una commissione o un favore possono essere compensati con una torta, un prodotto dell’orto o la disponibilità a portare fuori il cane. Un’economia informale che avrebbe molto da insegnare a certi consulenti convinti di aver inventato la sharing economy.
Poi, però, c’è il rovescio della medaglia. La prossimità non genera automaticamente solidarietà; talvolta produce soltanto un’invadenza molto ben organizzata. Scopro cattiverie, meschinità, rancori antichi e un’attenzione quasi professionale per gli affari altrui. Alcune rispettabili vecchiette di paese, con tutto il rispetto dovuto all’età, possono rivelarsi decisamente più str**ze di un amministratore delegato nella settimana dei licenziamenti. E con una rete informativa assai più efficiente.
Il paradosso è che, dopo una vita trascorsa nelle metropoli, non ne sento particolarmente la nostalgia. Mi manca semmai la loro paradossale minor invadenza: quella straordinaria possibilità di vivere circondato da milioni di persone senza che nessuno si senta investito del compito di sapere dove vai, cosa fai, chi frequenti e perché hai spostato una fioriera.
Il bilancio materiale di questi mesi meriterebbe un capitolo a parte. La nostra povera Mini, alla quale riconosco il merito di averci accompagnati in luoghi dove un enorme SUV avrebbe probabilmente richiesto un piano urbanistico, sacrifica sull’altare delle strade italiane qualcosa come due treni di gomme e una frizione. A questi si aggiungono episodi di vandalismo imputabili, a seconda delle circostanze, agli esseri umani oppure ai cinghiali; una distinzione che, osservando certi risultati, non è sempre immediata. Lascio che siano i Carabinieri e la mia assicurazione a indagare.
Le multe, per il momento, sono rimaste a zero. Non so se attribuire il risultato alla mia guida irreprensibile, alla fortuna o alle complicazioni burocratiche di un’auto straniera, e preferisco non approfondire. Posso però assicurare ai maligni che districarsi tra permanenze, residenze e condizioni delle assicurazioni inglesi e italiane è un esercizio di attenzione amministrativa tutt’altro che rilassante.
In compenso, frequento Carabinieri e uffici comunali con una regolarità che non avevo previsto nel mio programma di riposo, per segnalare episodi, chiarire situazioni e cercare di risolvere problemi che una certa letteratura sulla vita nei borghi tende curiosamente a dimenticare. Di romantico, in alcuni momenti, c’è davvero poco.
Ho anche modo di testare il Servizio sanitario nazionale, e devo precisare che non è una scelta motivata da particolare amore per la ricerca sul campo. Qui, però, riconosco che le mie esperienze sono sorprendentemente positive. Per qualità delle cure e attenzione ricevuta, trovo servizi che, nella mia approfondita esperienza britannica, il sistema sanitario inglese potrebbe sinceramente invidiare. Naturalmente non pretendo di trasformare una vicenda personale in una classifica internazionale, ma qualche volta fa bene scoprire che l’Italia funziona meglio della sua reputazione.
Meno bene, invece, il capitolo autostrade. I pedaggi raggiungono livelli che inducono a considerare il viaggio un investimento infrastrutturale personale, mentre i panini degli autogrill diventano progressivamente più tristi, senza manifestare alcuna intenzione di costare meno. Scopro anche che un pacchetto di fazzoletti e uno di gomme da masticare possono arrivare a cinque euro: una cifra che, per un attimo, mi fa rimpiangere di non aver acquistato una piccola partecipazione nell’azienda produttrice.
Un’altra sorpresa è ritrovarmi a girare per certi supermercati italiani con la curiosità di un bambino a Disneyland. Scaffali infiniti, prodotti presentati come piccoli oggetti del desiderio, luci studiate e confezioni sempre più seducenti. Peccato che anche i prezzi ricordino quelli di un parco divertimenti. Quando poi acquisto direttamente dai produttori o nei negozi locali, scopro che su molti prodotti freschi posso spendere anche il trenta/quaranta per cento in meno, talvolta di più, accettando magari una mela meno fotogenica o una verdura che non ha superato un casting estetico. Paghiamo molto la messa in vetrina e la presunta comodità di trovare tutto sotto lo stesso tetto. E spesso chiamiamo progresso ciò che è semplicemente una confezione più costosa.
Non vorrei che tutto questo suonasse come una requisitoria contro i piccoli comuni, perché sarebbe ingiusto e, soprattutto, contrario a ciò che continuo a pensare delle opportunità offerte dai territori italiani. Credo ancora che molti ‘borghi’ possano tornare a vivere, attrarre persone e costruire nuove economie. Ma bisogna smettere di raccontarli come paradisi di pietra, tramonti e anziani sorridenti affacciati alle finestre. Le finestre ci sono, gli anziani pure; sul sorriso e sulle ragioni per cui stanno guardando dentro casa tua suggerirei qualche cautela.
Non so ancora quando comincerà davvero il mio anno sabbatico. Mi ero dato tempo fino all’inizio del 2027 e, considerato come stanno andando le cose, non escludo di dover chiedere una proroga a me stesso.
In compenso, scopro che si può vivere molto bene con pochissimo, che a quasi 52 anni si possono imparare mestieri che fino a ieri sembravano appartenere a un’altra specie umana e che i ‘borghi’ italiani sono luoghi straordinari, purché si abbia la prudenza di non confonderli con le fotografie delle agenzie immobiliari.
Soprattutto, capisco che essere trascinato in giro per il mondo da mia moglie, con una valigia, uno zainetto e un programma di lavori aggiornato senza consultarmi, mi piace molto più di quanto avrei immaginato.
In fondo, forse, il vero lusso non è smettere di fare le cose, ma poter scegliere con chi farle. O continuare a farlo con lei da 25 anni.
Anche quando si tratta di preparare il cemento - e ora capisco il fascino della cementificazione aggressiva.



