Ho letto con interesse l’intervento di Letizia Moratti e sono d’accordo con gran parte della diagnosi: l’Italia perde troppi giovani qualificati perché offre spesso salari più bassi, percorsi professionali meno dinamici, meno ricerca, meno opportunità e un sistema complessivamente più complicato per chi vuole costruire qualcosa. Niente di particolarmente nuovo sotto il sole, si direbbe.
Da italiano che vive all’estero da quasi trent’anni, però, aggiungerei un “ma” che per me è importante: continuare a parlare soltanto di fuga dei cervelli rischia di farci guardare il problema dalla parte sbagliata.
Chi parte non è necessariamente perso. Non me ne voglia la Moratti, ma il fatto che una persona studi in Italia, cresca a Milano o Castellazzo Bormida e poi lavori a Londra, New York, Berlino o Singapore non significa che quell’investimento sia andato sprecato. Può continuare a lavorare con l’Italia, investirci, creare relazioni, portare clienti, competenze, idee, ricerca, tornare per periodi o magari rientrare definitivamente dopo dieci o vent’anni. E può fare tutte queste cose anche senza tornare. Per questo continuo a pensare che dovremmo parlare molto più seriamente di brain circulation, invece di misurare il successo soltanto contando quanti italiani siamo riusciti a trattenere o a riportare indietro.
Naturalmente sarebbe meglio se nessuno fosse ‘costretto’ a partire perché non riesce a trovare in Italia le condizioni per realizzarsi. Ma proprio qui, secondo me, arriva il punto più importante: gli incentivi possono aiutare, e in alcuni casi sono certamente utili, ma non possono diventare la risposta strutturale a un sistema che rimane poco competitivo. Gli incentivi finiscono; l’attrattività se è strutturale, se la costruisci davvero, rimane. Possiamo ridurre per qualche anno le tasse a chi rientra, finanziare una nuova impresa o offrire condizioni particolari a un ricercatore, ma se alla fine quella persona ritrova gli stessi problemi che l’avevano spinta ad andarsene, avremo semplicemente rimandato il problema.
È una dinamica che vedo molto simile anche nei territori che si spopolano. Possiamo offrire bonus, case a prezzi simbolici o contributi a chi si trasferisce in un piccolo comune, ma non è così che si costruisce nel tempo un territorio attrattivo. Prima bisogna occuparsi di chi lì è già rimasto: servizi, trasporti, scuole, connessioni, sanità, opportunità economiche, amministrazioni che funzionano. Se un luogo diventa realmente vivibile per chi c’è, allora diventa molto più facilmente interessante anche per chi potrebbe arrivare. Pagare qualcuno perché vada in un posto che continua a non funzionare può produrre un risultato temporaneo, non necessariamente un cambiamento strutturale.
Lo stesso vale per il lavoro e per le imprese. Prima di chiederci quanto dobbiamo incentivare un giovane perché torni, forse dovremmo chiederci come permettere alle aziende che già operano in Italia di destinare più risorse alle persone, agli stipendi, alla formazione, alla ricerca e sviluppo e all’innovazione, invece che disperderle in burocrazia, adempimenti, inefficienze, costi morti e una fiscalità che spesso rende più difficile proprio investire e crescere. E dovremmo chiederci quanto possiamo semplificare la vita a chi vuole assumere, sperimentare, fare ricerca, costruire un’impresa o sviluppare una carriera internazionale senza necessariamente dover lasciare il Paese.
Poi, certo, usiamo anche gli incentivi. Ma dovrebbero essere un acceleratore di condizioni che già funzionano, non lo strumento con cui tentiamo continuamente di compensare ciò che non abbiamo avuto il coraggio di sistemare. In fondo non si evita una malattia promettendo un premio a chi guarirà: si cerca prima di tutto di creare le condizioni perché quella malattia non si presenti. E difficilmente qualcuno sceglierà di tornare stabilmente in Italia soltanto perché per qualche anno avrà un vantaggio fiscale, se una volta rientrato ritroverà esattamente le ragioni per cui aveva deciso di partire.
C’è infine un’altra cosa che, secondo me, manca spesso nel dibattito. Continuiamo a preoccuparci di quanti italiani se ne vanno, ma parliamo molto meno di quanti ‘talenti’ stranieri riusciamo ad attrarre. Un Paese davvero competitivo non è quello che riesce a tenere tutti i propri cittadini dentro i confini; è quello nel quale le persone possono partire, tornare, collaborare da fuori e nel quale, contemporaneamente, altre persone scelgono di arrivare. È questa circolazione continua di competenze, persone, capitale, ricerca e idee che dovremmo cercare di costruire.
Dopo tutti questi anni ‘fuori’ dall’Italia, quindi, non mi sento affatto “perso” per il mio Paese. Tant’è che ci spendo sempre più tempo e già da anni ci opero strutturalmente. E credo che come me ci siano milioni di italiani all’estero che potrebbero essere considerati non come qualcosa da recuperare, ma come parte di una rete molto più grande da tenere viva e coinvolgere. L’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente riportarci indietro. Dovrebbe essere fare dell’Italia un Paese con il quale abbiamo continuamente una ragione per lavorare, investire, collaborare e, quando vogliamo, tornare. È una differenza sottile, ma credo cambi completamente il modo in cui guardiamo al problema.



