Cliccati, stimati, fidati: il triangolo storto dell’informazione italiana
Dai dati IPSOS sulla fiducia nelle testate emerge un paradosso molto contemporaneo: Il Post è un prodotto di qualità ma si ferma al 44%, mentre Fanpage, molto più discussa e clickbait...
Piccola nota di trasparenza prima di cominciare, perché nella giungla digitale bisogna almeno provare a comportarsi meglio della giungla digitale stessa: il grafico da cui parto l’ho visto qualche tempo fa in un post su LinkedIn, l’ho scaricato perché mi sembrava interessante, e naturalmente ora non riesco più a ritrovare chi lo avesse pubblicato. Chiedo venia a chi lo aveva condiviso, perché avrei voluto citarlo correttamente e non trasformarlo in uno di quei reperti archeologici da feed che ti restano nel desktop come un fossile informativo senza più didascalia. La fonte indicata nell’immagine è IPSOS – Digital News Report Italia 2024; il Digital News Report Italia 2024 è il lavoro che approfondisce per il contesto italiano i dati e gli insight dello studio annuale del Reuters Institute sul consumo di notizie digitali.
Detto questo, il grafico è troppo interessante per lasciarlo morire nella cartella “download” insieme ai PDF mai letti, ai biglietti del treno del 2019 e agli screenshot che salviamo con l’illusione, sempre smentita dalla vita, che un giorno ci torneranno utili in modo ordinato. La domanda posta è semplice: quali testate giornalistiche vengono considerate affidabili o inaffidabili dagli italiani? La risposta, invece, è molto meno semplice, perché questi numeri non misurano soltanto la qualità del giornalismo prodotto, ma anche la familiarità del marchio, la riconoscibilità, la distribuzione, la storia, il pubblico di riferimento, la polarizzazione politica, il tono editoriale, la presenza televisiva, la capacità di entrare nei feed e, non ultimo, la pigrizia con cui spesso tutti noi trasformiamo una sensazione in un giudizio.
In testa c’è Ansa, con il 74% di persone che la considera affidabile, il 18% che la colloca in una zona intermedia e solo l’8% che la giudica inaffidabile. Non è sorprendente, ed è forse proprio per questo che è significativo. In un mondo editoriale dove tutti devono avere un’opinione su tutto, possibilmente in tempi incompatibili con il pensiero umano, l’agenzia di stampa conserva ancora un’aura di sobrietà quasi rivoluzionaria. Ansa è percepita come meno ideologica, meno teatrale, meno dipendente dalla necessità di trasformare ogni avvenimento in uno psicodramma nazionale. Non significa che sia neutra per definizione, perché nessun prodotto informativo lo è mai del tutto, ma nella percezione del pubblico resta più vicina all’idea della notizia come fatto e meno alla notizia come occasione per ricordarti da che parte devi stare.
Subito dopo arrivano Sky TG24 e Il Sole 24 Ore, entrambe al 64% di affidabilità. Anche qui la classifica racconta qualcosa di abbastanza chiaro: gli italiani sembrano premiare le testate che appaiono professionali (anche se spesso l’apparenza inganna), continue, tecniche o comunque meno inclini al varietà permanente dell’indignazione. Sky TG24 beneficia probabilmente del posizionamento da canale all news, con un linguaggio istituzionale e una presenza stabile; Il Sole 24 Ore, invece, continua a vivere dentro quello spazio privilegiato dell’informazione economica, professionale e competente, dove il lettore si aspetta meno effetti speciali e più sostanza (anche quando ospita alcune vipere indispettite dal successo altrui di cui deve scrivere). Poi naturalmente anche il Sole ha i suoi limiti, le sue scelte, le sue prossimità culturali e i suoi mondi di riferimento, ma nella percezione collettiva resta una testata che, almeno in teoria, non può permettersi troppo folklore.
Molto interessante è anche il dato dei quotidiani regionali e locali, considerati affidabili dal 60% degli intervistati. Questo è un punto che si tende a sottovalutare, perché il dibattito nazionale è ossessionato dai grandi giornali, dai grandi talk show, dai grandi editorialisti, dalle grandi firme e dalle grandi risse che, nella maggior parte dei casi, interessano molto più chi le produce di chi dovrebbe subirle. Eppure il giornale locale resta spesso più vicino alla vita reale: la scuola che chiude, il pronto soccorso che non funziona, la strada interrotta, il sindaco che promette, il cantiere che non parte, l’azienda che assume, il turismo che cambia un paese, il quartiere che si svuota o si trasforma. Il lettore può verificare, può confrontare, può riconoscere la materia di cui si parla. E in un’epoca in cui l’informazione sembra spesso un grande acquario di opinioni che si mangiano tra loro, la prossimità è una forma di credibilità.
Poi troviamo la grande fascia centrale: Corriere della Sera al 59%, TgLa7 al 58%, Rai al 56%, la Repubblica al 55%, Mediaset, Il Fatto Quotidiano e La Stampa al 54%. È una fascia che dice una cosa precisa: i grandi marchi nazionali tengono, ma non sono più intoccabili. Restano forti, riconoscibili, presenti, ma portano addosso un livello di diffidenza ormai strutturale. La Rai, per esempio, ha il 22% di giudizi di inaffidabilità; Mediaset arriva al 23%; la Repubblica al 18%; Il Fatto Quotidiano al 17%. Numeri diversi, pubblici diversi, storie diverse, ma una tendenza comune: l’autorevolezza nazionale non è più una rendita automatica. È una negoziazione quotidiana con un pubblico che guarda, ascolta, sospetta, confronta e spesso giudica la testata ancora prima della notizia.
E poi arriva la parte più interessante, almeno per chi guarda questi dati non come una classifica da bar, ma come una radiografia dell’informazione contemporanea: Il Giornale è al 46%, Il Post al 44%, Libero Quotidiano al 41% e Fanpage al 41%. Qui, se ci limitiamo alla graduatoria, rischiamo di perdere il punto. Perché il dato che colpisce davvero è quello de Il Post: un prodotto editoriale generalmente percepito, soprattutto da lettori forti, addetti ai lavori e persone con una certa familiarità con il giornalismo digitale, come una delle esperienze più curate, ordinate e riconoscibili del panorama italiano. Titoli raramente isterici, spiegazioni lunghe, attenzione al contesto, una certa allergia alla caciara immediata, un modello editoriale che prova a sottrarsi al riflesso pavloviano del clic a tutti i costi. Eppure Il Post si ferma al 44% di affidabilità.
A prima vista sembra quasi una contraddizione. Come può una testata che molti considerano di qualità stare così in basso, appena sopra o accanto a testate molto più polarizzanti, molto più aggressive o molto più costruite per vivere nella centrifuga dei social? La risposta probabilmente sta nel fatto che il dato non misura soltanto la qualità del prodotto. Misura la relazione tra un marchio e il pubblico generale. E Il Post, proprio perché è un prodotto più specifico, più riconoscibile, più legato a un certo tipo di lettore, più forte tra chi lo conosce davvero, paga il prezzo di non essere ancora un brand informativo universale. Non ha la storicità del Corriere, non ha la presenza televisiva della Rai o di Sky, non ha la capillarità dei quotidiani locali, non ha la neutralità percepita dell’Ansa, non entra nella vita di tutti per inerzia. È molto stimato da una comunità, ma non necessariamente conosciuto o giudicato dal Paese intero con la stessa familiarità.
Infatti il dato più importante, nel caso de Il Post, non è solo quel 44% di affidabilità, ma il 38% di persone che lo colloca nella fascia “né affidabile né inaffidabile” e il 18% che lo considera inaffidabile. Questo significa che Il Post non sembra tanto respinto quanto non pienamente riconosciuto dal grande pubblico. Non è percepito come una testata odiata, screditata o tossica. È, piuttosto, una testata che molti probabilmente conoscono poco, conoscono per sentito dire, associano a una certa bolla culturale o semplicemente non hanno abbastanza elementi per giudicare. È il paradosso del buon giornalismo contemporaneo: puoi fare un prodotto migliore della media, puoi avere un pubblico molto fedele, puoi avere un tono editoriale molto più civile di tanti concorrenti, ma se non sei distribuito abbastanza, se non sei familiare abbastanza, se non sei presente abbastanza nella dieta informativa quotidiana della popolazione generale, la fiducia resta confinata dentro il tuo perimetro.
Il confronto con Fanpage rende tutto ancora più evidente. Fanpage è al 41% di affidabilità, quindi solo tre punti sotto Il Post, ma il suo profilo è completamente diverso: il 31% la colloca nella fascia intermedia e ben il 29% la considera inaffidabile, il dato peggiore tra le testate presenti nel grafico. Questa differenza è fondamentale. A guardare solo la quota di chi dice “affidabile”, Il Post e Fanpage sembrano quasi vicini. A guardare anche la quota di chi dice “inaffidabile”, invece, si capisce che siamo davanti a due fenomeni opposti. Il Post sembra avere un problema di riconoscibilità generalista. Fanpage sembra avere un problema di polarizzazione e reputazione.
Fanpage è una macchina digitale molto efficace, forse una delle più efficaci nel panorama italiano. Sa stare nei feed, sa costruire titoli forti, sa intercettare l’emotività, sa distribuire contenuti, sa occupare spazio, sa trasformare la notizia in un oggetto che circola. Nella sua forma migliore può produrre inchieste e contenuti capaci di bucare il rumore. Nella sua forma peggiore, però, può sembrare un laboratorio avanzato di titolo ad alta glicemia, una fabbrica di attenzione dove la notizia viene confezionata per essere cliccata prima ancora che capita. Ecco perché il dato è così interessante: una testata può essere molto visibile e molto discussa senza essere davvero fidata. Può entrare continuamente nella vita delle persone senza essere percepita come autorevole. Può essere ovunque, e proprio per questo risultare divisiva.
Questa è forse la lezione centrale del grafico: traffico, qualità e fiducia sono tre cose diverse. Per anni una parte dell’editoria digitale ha agito come se la quantità di clic fosse una forma indiretta di legittimazione. Se tante persone leggono, guardano, condividono, allora il prodotto funziona. E dal punto di vista commerciale o distributivo è vero. Ma dal punto di vista della fiducia è molto più complicato. Si può essere molto letti e poco stimati. Si può essere poco generalisti e molto rispettati. Si può essere onnipresenti e non autorevoli. Si può essere autorevoli dentro una nicchia e quasi invisibili fuori da quella nicchia. L’ecosistema informativo contemporaneo separa ciò che una volta tendevamo a confondere: la presenza non è reputazione, la popolarità non è credibilità, la qualità non garantisce automaticamente scala.
Il problema, per le testate serie, è che questa separazione produce una frustrazione comprensibile. Perché chi prova a fare informazione con più cura, meno isteria e più contesto si trova spesso a competere nello stesso ambiente di chi urla di più, semplifica di più, titola peggio e distribuisce meglio. È come organizzare una cena curata e scoprire che il vicino ha riempito il quartiere distribuendo patatine fluorescenti gratis: magari il tuo prodotto è migliore, ma il suo si vede da lontano, costa meno fatica e arriva prima. Il lettore, poi, non è un essere puro e razionale che premia sempre la qualità. Il lettore è anche stanco, distratto, arrabbiato, annoiato, curioso, pigro, emotivo, contraddittorio. Esattamente come tutti noi.
Allo stesso tempo, sarebbe sbagliato trasformare questi dati in una lamentazione aristocratica contro il pubblico che non capisce. Il pubblico capisce molte cose, solo che non sempre le formula nel modo in cui piacerebbe agli editori. Quando diffida, spesso diffida perché percepisce opacità, appartenenza, arroganza, titoli esagerati, errori non corretti, opinioni travestite da notizie, notizie travestite da battaglie morali, battaglie morali travestite da emergenze democratiche. E quando non premia abbastanza un prodotto di qualità, magari non lo fa perché è stupido, ma perché quel prodotto non lo raggiunge, non gli parla, non entra nelle sue abitudini, non diventa abbastanza familiare da trasformarsi in fiducia.
La fiducia, infatti, non nasce soltanto dalla bravura. Nasce dalla ripetizione, dalla coerenza, dalla riconoscibilità, dalla trasparenza, dalla capacità di ammettere un errore, dalla chiarezza nel distinguere tra cronaca e commento, dalla possibilità per il lettore di capire chi gli sta parlando e perché. Una testata che vuole essere fidata oggi non può limitarsi a essere corretta. Deve essere leggibile, spiegabile, raggiungibile, riconoscibile e coerente nel tempo. Deve far capire il proprio metodo, non solo mostrare il proprio prodotto. Deve costruire una relazione, non solo pubblicare contenuti.
In questo senso, Ansa prima in classifica non è soltanto un dato conservatore. È anche una piccola provocazione per tutto il sistema: in mezzo alla sovrapproduzione di opinioni, torna a valere chi appare più vicino alla notizia nuda. Sky TG24 e Il Sole 24 Ore in alto dicono che professionalità percepita e specializzazione contano. I giornali locali al 60% ricordano che la prossimità resta una forma potente di credibilità. Il Post al 44% mostra che la qualità senza sufficiente universalità rischia di restare una reputazione di cerchia. Fanpage al 41%, con il 29% di giudizi negativi, mostra che la distribuzione aggressiva può renderti enorme senza renderti davvero fidato.
E allora forse questi dati non ci dicono che gli italiani non si fidano più dei giornali. Ci dicono una cosa più sottile: gli italiani non si fidano più nello stesso modo. La fiducia non è più un abbonamento automatico a una testata, una fedeltà ereditaria, una scelta fatta una volta e poi conservata per inerzia. È diventata una pratica intermittente, selettiva, spesso contraddittoria. Ci si fida di una fonte su un tema e non su un altro. Ci si fida di una firma più che di una testata. Ci si fida dell’agenzia per la breaking news, del giornale economico per i dati, del quotidiano locale per il territorio, del prodotto digitale per la spiegazione lunga, del video social per l’impatto immediato, salvo poi diffidare dello stesso contenuto se ci sembra troppo costruito per prenderci allo stomaco.
Non è necessariamente una brutta notizia. Anzi, in una società adulta, la fiducia cieca nei media non sarebbe un segnale di salute. Il problema è che siamo passati dalla fiducia cieca alla diffidenza caotica, e in mezzo dobbiamo ancora costruire una cultura della fiducia critica. Una cultura in cui il lettore non premi solo chi conferma le sue idee, non scambi la sobrietà per noia, non confonda la presenza con l’autorevolezza, non tratti ogni errore come una prova di malafede e non consideri ogni titolo forte come una truffa solo perché lo infastidisce. Ma anche una cultura in cui le testate smettano di chiedere fiducia come se fosse dovuta, perché oggi non lo è più.
La fiducia, nel giornalismo contemporaneo, non si eredita. Si conquista, si perde, si ricostruisce e si rinnova ogni giorno. E forse il dato più utile di questa classifica non è sapere chi sta sopra e chi sta sotto. È ricordare a tutti, lettori ed editori, che il vecchio patto si è rotto: non basta più essere grandi, storici, visibili, cliccati o ben scritti. Bisogna essere riconosciuti come necessari.
E questa, per il giornalismo italiano, è insieme una condanna e una possibilità.



