Ogni volta che sento qualcuno ad un convegno spiegare che cosa non si dovrebbe fare per rigenerare i piccoli comuni italiani (whatever it means), mi viene voglia di portarmi dietro una cazzuola. Non tanto perché penso che tutti debbano mettersi a costruire muri (io per i miei primi 50 anni l’ho felicemente ignorato), quanto perché potrebbe essere un utile promemoria: tra raccontare come dovrebbe funzionare il mondo e provare concretamente a cambiarne un pezzetto esiste una distanza che nessun microfono, per quanto potente, riesce ad annullare.
La rigenerazione territoriale, tanto per cominciare, non è una questione di case. O, meglio, non è soltanto una questione di case. Le case sono l’evidenza, perché si svuotano e decadono. È una questione di persone, servizi, lavoro, economie locali, mobilità, collegamenti, infrastrutture, relazioni, investimenti e opportunità. Significa provare a creare le condizioni perché qualcuno possa scegliere di vivere in un luogo, magari per qualche mese, magari per tutta la vita, e perché quella scelta produca benefici anche per chi quel luogo lo abita già.
Sembra semplice, raccontato da un palco. Facile farsi apprezzare. Nella realtà significa mettere insieme interessi diversi, trovare risorse, costruire modelli economici che stiano in piedi, affrontare burocrazie spesso incomprensibili, convincere proprietari a recuperare immobili inutilizzati, cercare operatori locali che non abbiamo deciso di rovinarti, immaginare servizi che ancora non esistono e assumersi rischi che nessun finanziamento pubblico copre necessariamente.
E poi c’è la parte che nei convegni si racconta decisamente meno: qualche volta bisogna persino remare contro chi dovrebbe essere il tuo principale alleato. Amministrazioni comunali che faticano a comprendere un progetto, apparati che lo rallentano, comunità nelle quali ogni cambiamento suscita diffidenza (ed ostilità), persone che vedono un problema dove tu stai cercando di costruire un’opportunità. Non sempre hanno torto, naturalmente. Chi arriva dall’esterno deve saper ascoltare, rispettare equilibri e dimostrare che le proprie promesse sono credibili e utili. Ma ascoltare non significa necessariamente rinunciare, così come ‘rigenerare’ non significa ottenere automaticamente applausi e collaborazione.
A volte significa discutere, mediare, incassare porte in faccia, ricominciare da capo e continuare a credere in un progetto anche quando sarebbe molto più comodo lasciar perdere. Nel frattempo, naturalmente, le fatture arrivano, i lavori costano, gli imprevisti si moltiplicano e qualcuno deve comunque trovare i soldi per andare avanti.
E sì, significa anche fare ricerca, divulgazione, comunicazione, raccontare i territori e costruire consenso. Sono attività fondamentali, non accessorie. Io stesso dedico una parte enorme del mio tempo a raccogliere dati, studiare questi fenomeni, scriverne e cercare di comprenderli. Ma c’è una differenza fra usare la comunicazione per accompagnare e verificare un processo reale e trasformarla in un pulpito dal quale distribuire patenti di sostenibilità, responsabilità ed etica. Spesso chi parla, purtroppo, é lì per esporre una tesi che non ha avuto ancora alcun riscontro empirico. Niente di male, ma fin quando non si cala nella realtà, una tesi rimane aria, spesso fritta.
Perché criticare è legittimo, anzi necessario. La speculazione (ogni nuova iniziativa viene ‘di default’ accusata di speculazione) esiste, gli investimenti possono produrre effetti negativi e non ogni iniziativa privata genera automaticamente valore per una comunità. Sarebbe sciocco negarlo. Ma altrettanto sciocco è trattare il (potenziale) profitto come una colpa e dimenticare che, senza risorse, organizzazione e qualcuno disposto ad assumersi responsabilità, moltissimi progetti resterebbero soltanto belle intenzioni.
Vorrei allora che, accanto alle sacrosante domande su ciò che non si dovrebbe fare, ne comparissero altre, un pochino meno comode. Chi realizza concretamente le alternative? Chi le finanzia? Chi si assume il rischio quando qualcosa non funziona? Come si misurano i benefici? E soprattutto, che cosa rimane sul territorio quando il convegno è finito, i relatori sono tornati a casa e il microfono è stato spento?
Non pretendo che chiunque parli di rigenerazione debba diventare imprenditore, amministratore o muratore. È una scelta che non raccomando a nessuno. Pretendo però che chi si propone di insegnare agli altri come si dovrebbe fare abbia almeno la curiosità, e possibilmente l’umiltà, di comprendere quanto sia complicato farlo davvero.
Perché una cosa è indicare una direzione. Un’altra è percorrere la strada, affrontarne gli ostacoli e magari costruirne qualche tratto dove prima non esisteva nulla.
Il microfono serve a raccontare il mondo. La cazzuola, metaforicamente, a cambiarlo. Io credo che servano entrambi, possibilmente nelle mani di persone disposte anche a confrontarsi fra loro.
Ma prima di salire sul pulpito per spiegare a chi si sporca le mani tutto quello che non dovrebbe mai fare, sarebbe utile provare almeno a capire quanto pesi quella cazzuola.
Per cui non stupitevi se, prima o poi, comparirò con la cazzuola in mano.



