Cercasi nomadi digitali disperatamente
Esco (e divento nomade digitale) quando voglio

Prendete una ricerca sul lavoro ibrido, aggiungete un evento, un appartamento in affitto, un albergo con Wi-Fi e qualche piccolo comune ribattezzato “borgo”. Mescolate bene. Avrete ottenuto il fenomeno italiano del nomadismo digitale. Mancano quasi soltanto i nomadi.
Qualche giorno fa il principale quotidiano della maggiore isola italiana ha pubblicato un articolo dedicato alla flessibilità del lavoro, all’autonomia organizzativa e al nomadismo digitale. Fiko.
Nota: Non fatemi dire il nome del giornale o di chi ha firmato il pezzo, perché altrimenti la discussione si trasformerebbe immediatamente nella solita commedia italiana: non più una critica a un metodo giornalistico, ma lo sfogo del fidanzatino scaricato, il risentimento personale, il regolamento di conti, il fastidio verso qualcuno che ha ottenuto uno spazio. Sarebbe un modo molto comodo per non parlare del problema, che non riguarda affatto una sola persona o un solo articolo. Riguarda un certo modo di costruire fenomeni, prendere ricerche che parlano d’altro e utilizzarle come impalcatura autorevole per arrivare ai casi che si desiderava citare fin dall’inizio.
L’articolo parte da temi reali. I lavoratori chiedono flessibilità, maggiore autonomia sugli orari, un migliore equilibrio tra vita privata e professionale, meno tempo perso negli spostamenti e meno giornate trascorse in ufficio soltanto per dimostrare di esserci. Si parla di lavoro ibrido, ritorno obbligatorio in sede, isolamento, diritto alla disconnessione e trasformazione degli spazi aziendali. Tutto legittimo, tutto interessante, tutto almeno potenzialmente documentabile. Poi, all’improvviso, immancabilmente, arrivano i nomadi digitali.
Il passaggio viene compiuto con la naturalezza di chi prende un treno a Milano e scende per errore a Milano Marittima, fingendo che fosse la destinazione prevista. I lavoratori chiedono flessibilità, quindi vogliono lavorare da qualsiasi luogo; se vogliono lavorare da qualsiasi luogo, allora sono nomadi digitali; se sono nomadi digitali, possono trasferirsi nei piccoli comuni; e se i piccoli comuni installano una connessione e quattro scrivanie, diventano destinazioni internazionali capaci di contrastare lo spopolamento. Storytelling italico visto a oltranza.
Dati (non pugnette) alla mano, la maggior parte delle persone che chiede flessibilità non vuole diventare un nomade digitale. Vuole evitare due ore di traffico, accompagnare un figlio a scuola, assistere un genitore, lavorare in silenzio quando deve concentrarsi o non attraversare una città per collegarsi a una riunione online con colleghi che si trovano in un’altra regione. Chiede autonomia. Chiede di poter lavorare da casa o vicino casa quando ha senso farlo, non di cambiare Paese ogni tre mesi con un MacBook, una borraccia termica e le flip flop appese allo zaino come un salame.
Un dipendente che lavora due giorni alla settimana dal proprio appartamento non è un nomade digitale. Un professionista che trascorre agosto nella seconda casa di famiglia, continuando a rispondere alle email, non è necessariamente un nomade digitale. Chi prolunga una vacanza e lavora qualche giorno dall’albergo non sta facendo necessariamente ‘workation’, o forse non è riuscito davvero ad andare in vacanza. Chi si trasferisce stabilmente in un piccolo comune e continua a lavorare per un’azienda lontana è un lavoratore remoto che ha cambiato residenza, o forse anche solo domicilio temporaneo. Il nomade digitale è una persona che utilizza il lavoro a distanza per spostarsi tra luoghi diversi, con permanenze temporanee e senza legare stabilmente la propria vita professionale a un solo territorio. Se poi vogliamo raccontare che è diventato altro, diciamocelo.
Le categorie possono sovrapporsi. Non sono però sinonimi. Continuare a trattarle come se lo fossero serve soltanto a gonfiare il fenomeno fino a farci entrare chiunque abbia aperto Outlook fuori dall’ufficio.
La cosa diventa ancora più interessante quando si osserva il modo in cui vengono utilizzate le ricerche. Nell’articolo viene citato, tra gli altri, l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. Una ricerca che conosco piuttosto bene, forse perché ho fatto il gesto di andare oltre la copertina o forse anche perché pubblico una testata chiamata Smart Working Magazine e, almeno in teoria, dovrei sapere di che cosa stiamo parlando su quelle pagine.
Il Politecnico analizza il lavoro ibrido, il lavoro da remoto, l’autonomia organizzativa, il ripensamento degli spazi, le policy aziendali e il lavoro di prossimità. Studia quella trasformazione che in Italia continuiamo ostinatamente a chiamare smart working, anche quando consiste principalmente nel permettere ai dipendenti di lavorare da casa con qualche forma di flessibilità organizzativa. Non dimostra che i lavoratori italiani vogliano diventare nomadi digitali e non certifica l’esistenza di un esercito itinerante pronto a invadere i centri storici del Paese.
Forse abbiamo sbagliato noi. Forse Smart Working Magazine dovrebbe cambiare nome e chiamarsi Wannabe Digital Nomad Magazine. Potremmo smettere di parlare di organizzazione, cultura aziendale, produttività, leadership e diritto alla disconnessione e cominciare a pubblicare fotografie di persone sorridenti davanti a una piscina. Sarebbe certamente più semplice e, con ogni probabilità, riceveremmo anche più comunicati stampa.
Il problema non è la ricerca del Politecnico, che fa seriamente il proprio lavoro. Il problema è quello che accade dopo. Si prende uno studio autorevole sul lavoro flessibile, se ne estraggono alcune percentuali, si aggiungono una ricerca internazionale sull’isolamento, un dato sulla trasformazione degli uffici e una statistica sul desiderio di autonomia. Quando il lettore è stato sufficientemente rassicurato dalla presenza di numeri, università e formule inglesi, il testo parte verso il nomadismo digitale, i “borghi”, gli alberghi diffusi e alcune iniziative territoriali.
La ricerca diventa una specie di lasciapassare scientifico per una storia che la ricerca stessa non dimostra.
È il classico pastone redazionale in cui ogni ingrediente, preso singolarmente, può essere corretto, ma il risultato finale non significa più nulla. Uno studio parla di autonomia, un altro di benessere, un altro ancora di spazi aziendali. Esiste un visto per lavoratori da remoto, alcuni territori hanno organizzato eventi, qualche struttura ricettiva dispone di una connessione e alcuni piccoli comuni stanno sperimentando forme di ospitalità più lunga. Si versa tutto nello stesso contenitore, si mescola energicamente e si conclude che il nomadismo digitale sta trasformando il lavoro italiano e ripopolando le aree interne.
Nessuno sembra preoccuparsi del fatto che le fonti descrivano popolazioni diverse, utilizzino definizioni differenti e misurino fenomeni che non coincidono. Basta che contengano parole come flessibilità, remoto, autonomia, territorio o digitale. Il resto lo fa il titolo.
A pensarci bene, però, il percorso dell’articolo diventa molto più comprensibile se viene letto al contrario. Non si parte dalle ricerche sul lavoro flessibile per scoprire, al termine dell’analisi, che i lavoratori stanno diventando nomadi digitali. Si parte da alcuni casi che si vogliono inserire e si cerca una parola abbastanza larga e abbastanza alla moda da permettere di collegarli al futuro del lavoro. Quella parola (anzi, parole) è “nomadismo digitale”.
Uno dei casi citati è un evento dedicato ai nomadi digitali. Può essere un evento interessante, ben organizzato e utile a mettere in contatto persone e territori. Ma resta un evento. Non misura le dimensioni del fenomeno, non dimostra che il territorio abbia costruito un ecosistema stabile e non certifica la presenza di una comunità strutturata di lavoratori itineranti. Anche il Salone nautico è un evento importante, ma non dimostra che milioni di italiani stiano comprando uno yacht.
L’altro caso è un’iniziativa appena partita, basata, almeno per il momento, su un appartamento in un piccolo comune. Conosco la persona che la sta portando avanti e non ho alcun interesse a sminuirla, anzi vorrei poterci lavorare insieme. Può essere una buona idea, può crescere, può trovare un modello sostenibile e può diventare qualcosa di interessante. Oggi, però, è una sperimentazione. Non una rete, non un modello testato, non un’infrastruttura territoriale e non una realtà della quale siano già disponibili numeri significativi su presenze, durata dei soggiorni, tasso di ritorno, impatto economico o sostenibilità. Un appartamento (o un evento che sarà) diventa così un progetto territoriale. Il progetto territoriale diventa un caso emblematico. Due casi emblematici diventano la prova che il nomadismo digitale sta cambiando l’Italia. Nel frattempo, a forza di salire di categoria, ci si dimentica di controllare se al piano terra ci sia già qualcuno.
Non è una critica a chi prova a fare qualcosa. Anzi, spesso sono proprio queste piccole iniziative, promosse da amministratori, associazioni o imprenditori locali, le uniche a trasformare almeno una parte delle infinite chiacchiere italiane in un esperimento concreto. Il problema è un giornalismo (utilizzato come Deliveroo, a distanza e a comanda) che prende tentativi ancora fragili e li utilizza per dimostrare una tesi molto più grande di loro. In questo modo non li aiuta: li carica di aspettative che non possono ancora sostenere e li trasforma in materiale promozionale prima ancora che abbiano avuto il tempo di diventare veri progetti.
Ecco, dunque, a cosa serviva la parola “nomadismo digitale”. Non a descrivere ciò che emergeva dai dati sul lavoro ibrido, perché quei dati parlavano soprattutto di flessibilità, lavoro da remoto, prossimità e trasformazione degli uffici. Serviva come ponte narrativo per arrivare a un evento rivolto ai nomadi digitali e a un’iniziativa locale appena avviata.
Prima si prendono ricerche che riguardano milioni di lavoratori. Poi si introduce una categoria molto più specifica. Infine si presentano due piccoli casi come manifestazioni concrete del grande fenomeno appena evocato. È un imbuto rovesciato: si parte larghissimi, si arriva a un evento e a un appartamento e si lascia intendere che la dimensione dell’apertura appartenga anche a ciò che si trova alla fine.
Naturalmente, se l’articolo avesse raccontato che in Italia esistono alcune iniziative embrionali che stanno provando a capire se e come attrarre lavoratori itineranti, non ci sarebbe stato nulla da contestare - e lo avrei pure ripreso in modo entusiasta, come spesso accade. Sarebbe stato un pezzo forse meno epico, ma più onesto, da divulgare. Avrebbe richiesto il condizionale, proporzioni corrette e la disponibilità ad ammettere che il modello è ancora tutto da verificare.
Molto meglio parlare di “nomadismo digitale”, citare una ricerca autorevole sullo smart working e lasciare che il lettore immagini un movimento già in corso. Tra un evento, un appartamento e un ecosistema nazionale, del resto, la distanza è grande soltanto per chi si ostina a misurarla.
Anche la parola “borgo” svolge un ruolo importante in questa costruzione. Ormai qualsiasi piccolo comune, centro abitato o luogo sufficientemente lontano da una stazione ferroviaria viene promosso a borgo. È una parola magica: basta pronunciarla e compaiono pietra, autenticità, lentezza, comunità, qualità della vita e un anziano che prepara il pane secondo una ricetta del 1847.
Non tutti i comuni sono borghi. Non tutti i piccoli comuni sono destinazioni. Non tutti i centri in declino demografico diventano luoghi adatti al lavoro remoto mettendo una scrivania sotto un arco e collegandola a Internet. Dietro la fotografia al tramonto possono esserci trasporti inesistenti, servizi sanitari lontani, abitazioni disponibili soltanto per affitti turistici di tre notti, negozi chiusi per buona parte dell’anno, assenza di luoghi di socializzazione e connessioni che funzionano molto meglio nella slide di presentazione che nella vita reale. Chi ci vive e chi ci lavora (anche da più tempo del sottoscritto) conosce benissimo il punto.
Non è un’accusa ai territori. Molti fanno quello che possono, spesso con risorse minime e affidandosi a qualche amministratore ostinato o a un imprenditore disposto a rischiare tempo e denaro. Il problema è raccontarli come prodotti già pronti per un pubblico internazionale quando magari manca ancora quasi tutto ciò che consentirebbe a una persona di viverci e lavorarci davvero.
Per attirare lavoratori da remoto non basta la fibra. Servono case disponibili per periodi medio-lunghi, trasporti, sanità, servizi quotidiani, informazioni accessibili, luoghi di incontro e procedure amministrative comprensibili. Un coworking con quattro scrivanie non crea una comunità. Una residenza di due settimane non ripopola un territorio. Un evento annuale non genera un ecosistema. E un albergo non diventa un centro per nomadi digitali perché permette agli ospiti di collegarsi al Wi-Fi. Sono tutti tasselli di un mosaico, ma se non c’è un artista con una visione, ogni tassello rimane una misera tesserina colorata.
Nell’articolo compare inoltre (senza alcun reale nesso, a meno che il senso fosse farsi notare) anche un noto albergo diffuso di fascia alta, importante progetto di recupero e ospitalità culturale. Nessuno ne contesta il valore e la critica non è rivolta alla struttura, che probabilmente non ha nemmeno chiesto di diventare un caso di studio sul nomadismo digitale. La domanda è più semplice: che cosa dimostra rispetto al fenomeno? Il fatto che un cliente possa aprire il computer nella propria camera non trasforma un albergo in un’infrastruttura per lavoratori itineranti. Altrimenti qualunque relais con una scrivania, un panorama e una password Wi-Fi potrebbe entrare nella mappa nazionale del settore. Tra l’altro, conoscendo il caso specifico, il desiderio del ‘mecenate’ che ci sta dietro è tutto tranne che essere ‘digital nomad friendly’.
La citazione serve soprattutto a completare l’immaginario: il borgo vero, la pietra, l’ospitalità diffusa e il laptop. Visivamente funziona benissimo. Sul piano dell’analisi, un po’ meno.
Poi c’è la grande promessa, o meglio spauracchio concreto, dello spopolamento. I nomadi digitali, ci viene spiegato, potrebbero riportare vita nei piccoli centri. Potrebbero, certamente. Ma un nomade, per definizione, tende prima o poi a ripartire. Può fermarsi per alcune settimane o alcuni mesi, spendere denaro, frequentare attività locali e creare relazioni. È utile, ma non equivale automaticamente a un nuovo residente. È, come dicevo prima, un utile tassello in una visione più ampia e di lungo termine.
Se vogliamo attirare persone per soggiorni lunghi, nella speranza che vogliano diventare residenti anche solo temporanei, parliamo di ospitalità di medio periodo. Se vogliamo convincere professionisti e famiglie a trasferirsi stabilmente, parliamo di nuovi residenti e servono scuole, sanità, trasporti e case. Se vogliamo ospitare lavoratori che cambiano luogo ogni pochi mesi, allora parliamo davvero di nomadi digitali.
Mescolare tutto permette di promettere contemporaneamente turismo, internazionalizzazione e ripopolamento, senza essere obbligati a misurare seriamente nessuno dei tre. Se poi il tema dell’articolo voleva essere quello delle necessità sul lavoro… allora mi avete un po’ perso.
Ed è proprio la misurazione il grande assente. Si parla di centinaia di migliaia di nomadi digitali che transiterebbero o vivrebbero ogni anno in Italia, ma raramente viene spiegato chi siano. Freelance itineranti? Dipendenti stranieri trasferiti stabilmente? Italiani che lavorano dalla seconda casa? Turisti che rispondono a una mail durante le vacanze? Persone che in un sondaggio hanno dichiarato di desiderare maggiore flessibilità?
Più la definizione è vaga, più il numero può diventare grande. Si allarga la categoria fino a ottenere la dimensione desiderata e poi si usa quella dimensione per dimostrare che la categoria è importante.
Molte ricerche sul nomadismo digitale italiano finiscono così per assomigliare a documenti di augurio. ‘Wish you were here’, ma va bene anche se te ne stai lontano. Spiegano ciò che il fenomeno potrebbe rappresentare, quello che i territori potrebbero fare e i benefici che potrebbero derivarne. Sono analisi di scenario legittime e forse utili. Non sono però fotografie scientifiche del presente. Anche io vorrei perdere 10/15 Kg e so come fare, ma questo non vuol dire che sia pronto per una cover di un magazine con la panza in mostra.
Nel passaggio dal paper al comunicato stampa e dal comunicato all’articolo, il condizionale tende a evaporare. Quello che potrebbe accadere è già accaduto. I potenziali interessati diventano presenze reali. I progetti annunciati diventano modelli. Un appartamento diventa una rete. I comuni che potrebbero organizzarsi diventano destinazioni internazionali. Una sorta di ‘fake it till you make it’ nazionale.
L’Italia, del resto, è il Paese dell’enorme potenziale. Abbiamo un enorme potenziale nel turismo lento, nelle aree interne, nei piccoli comuni, nel lavoro remoto, nell’attrazione dei talenti e, naturalmente, nel nomadismo digitale. Su questo potenziale organizziamo convegni, festival, panel, tavoli di lavoro, ricerche e presentazioni. La nostra Nazionale di calcio avrebbe il potenziale per vincere i Mondiali e infatti siamo fuori dalla Coppa da tre edizioni. Ho reso l’idea, no?
Quando però bisogna costruire qualcosa di concreto, coordinare le iniziative, semplificare le procedure, creare servizi e rischiare denaro vero, aspettiamo che si faccia avanti qualche sparuto kamikaze. Se funziona, diventerà immediatamente il caso emblematico citato da tutti. Se non funziona, nessuno ricorderà di averlo celebrato.
C’è infine una questione di trasparenza editoriale, che non richiede processi sommari né accuse di pubblicità occulta. Una delle iniziative indicate come esempio è anche cliente, per le attività di comunicazione, di chi firma l’articolo. Non sto sostenendo che il pezzo sia stato pagato, che vi sia una committenza nascosta o che sia stato impartito un ordine dalla testata. Non ho elementi per dirlo e non serve inventarli. Di casi come questo lascio che si occupino in futuro i ‘magazinieri’ (scritto così di proposito) di Marchette Magazine.
La domanda è molto più elementare: da quando è considerato normale che chi rappresenta professionalmente un progetto possa presentarlo come caso significativo su un canale giornalistico indipendente senza dichiarare il rapporto al lettore?
Una professionista delle pubbliche relazioni può scrivere, può conoscere un settore meglio di molti cronisti e può offrire contributi validi. Può anche citare un proprio cliente, quando è rilevante. Ma chi legge dovrebbe sapere da quale posizione sta parlando. Basterebbe una riga: l’autrice cura la comunicazione di una delle iniziative menzionate. Amen.
Non sarebbe un’ammissione di colpa. Sarebbe trasparenza.
Perché se chi seleziona il caso lavora anche per quel caso, il rapporto professionale non è un dettaglio privato. È parte dell’informazione. Ometterlo crea quella perfetta economia circolare della reputazione nella quale si annuncia un progetto, chi ne cura la comunicazione lo inserisce in un articolo, l’articolo diventa la prova che il progetto esiste e il progetto utilizza l’articolo per dimostrare di essere stato riconosciuto dalla stampa. Il tutto poi viene magari oleato dalla gratitudine o magari da una fattura (dettagli, si direbbe). Tutto si tiene. Tranne, ancora una volta, i dati.
Il nomadismo digitale esiste e può essere un’opportunità reale. Proprio per questo meriterebbe un racconto meno approssimativo, meno compiacente e meno innamorato delle proprie previsioni. Servirebbero definizioni chiare, numeri verificabili, casi controllati e una distinzione elementare tra ciò che esiste, ciò che sta iniziando e ciò che semplicemente ci piacerebbe vedere.
Forse sarebbe meglio invertire l’ordine. Prima costruiamo i progetti, poi misuriamo i risultati e infine raccontiamo il fenomeno. Va anche bene raccontare i progetti mentre nascono e sostenerli, come maldestramente cerco di fare io ogni santo giorno, anche dando spazio gratuito ove altri staccano fatture per menzioni.
Oggi facciamo spesso il contrario: produciamo il racconto, alleghiamo una ricerca che parlava d’altro, aggiungiamo un evento, un appartamento appena avviato, un albergo con il Wi-Fi e una bella fotografia di un paese in pietra. Poi aspettiamo che la realtà abbia, prima o poi, la cortesia di adeguarsi.
Nel frattempo i lavoratori continuano a chiedere flessibilità. Alcuni useranno quella libertà per viaggiare, altri per trasferirsi, molti semplicemente per vivere meglio nel luogo in cui già abitano.
I nomadi digitali, invece, continuiamo a cercarli disperatamente.
E quando non li troviamo, li sbattiamo su una cover, sapendo che vanno altrove - disperatamente.
Caro Pangram,
prima che tu mi dica che ho chiesto una mano all’intelligenza artificiale (al 34% - ma che ca**o vuol dire? Perché non al 75% ) per scrivere questo articolo, fatti l’esame di coscienza. Perché basta aggiungere 3 o 4 paroline al punto giusto per far sclerare il tuo algoritmo da maestrina delle elementari con la matita rossa e blu.
Per i lettori, confesso di aver fatto rileggere questo articolo da ChatGPT per limarlo in alcuni punti, altrimenti era lungo circa il doppio. Fatevene una ragione. E stica**i.


