Cattive notizie per chi prende appunti su qualsiasi cosa abbia una batteria
Una ricerca neuroscientifica suggerisce che carta e penna continuano a dare al cervello qualcosa che tastiere, tablet e smartphone non riescono ancora a replicare.
Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo di Justin Deschamps che raccontava una ricerca della neuroscienziata norvegese Audrey van der Meer e, lo ammetto, l’ho aperto con il tipico atteggiamento di chi ha già letto almeno duecento articoli che iniziano con “uno studio dimostra che...” e finiscono con qualche conclusione talmente generica da poter essere applicata indifferentemente alla meditazione, al consumo di broccoli, alle docce fredde o all’ennesima app che promette di rivoluzionare la produttività personale. Questa volta, però, mi sono fermato a leggere fino in fondo perché la conclusione era tanto semplice quanto scomoda: scrivere a mano e digitare sulla tastiera non sono due modi diversi di fare la stessa cosa. Sono due attività che il cervello vive in maniera profondamente diversa.
E quando dico profondamente diversa non intendo la solita sfumatura statistica che entusiasma i ricercatori e lascia indifferente il resto dell’umanità. Intendo che, osservando l’attività cerebrale, sembra quasi di assistere a due eventi differenti.
Per arrivare a questa conclusione, van der Meer e il suo team hanno reclutato trentasei studenti universitari, li hanno equipaggiati con un sistema EEG ad alta densità composto da 256 sensori e li hanno sottoposti a un compito apparentemente banale. Sullo schermo comparivano delle parole. In alcuni casi gli studenti dovevano scriverle a mano utilizzando una penna digitale su un touchscreen. In altri casi dovevano digitare esattamente le stesse parole su una tastiera. Per cinque secondi, ogni singola risposta del cervello veniva registrata.
La parte più interessante non era osservare quali aree si accendevano, ma capire come queste aree comunicassero tra loro. È un po’ come guardare una città dall’alto. Sapere che in un quartiere c’è luce è interessante. Sapere che tutte le strade, le linee ferroviarie e le reti di comunicazione stanno lavorando contemporaneamente racconta una storia molto più completa.
Quando gli studenti scrivevano a mano, il cervello sembrava una metropoli in piena attività. Le aree coinvolte nella memoria, nell’elaborazione sensoriale, nell’orientamento spaziale e nell’apprendimento entravano in azione contemporaneamente e soprattutto dialogavano tra loro. Le connessioni si moltiplicavano. Le informazioni viaggiavano. La rete era viva.
Quando invece gli stessi studenti digitavano le stesse parole, gran parte di quel traffico semplicemente spariva.
Stesso studente. Stessa parola. Stesso obiettivo.
Due esperienze neurologiche completamente diverse.
La spiegazione proposta dalla neuroscienziata è quasi disarmante nella sua semplicità. Quando scriviamo una lettera a mano non stiamo semplicemente registrando un simbolo. Stiamo costruendo una forma. Ogni lettera richiede una sequenza diversa di micro-movimenti. Le dita, il polso, gli occhi e le aree del cervello coinvolte nella percezione dello spazio devono collaborare continuamente per produrre qualcosa che abbia un senso. Una “m” non è una “s”. Una “g” non è una “t”. Ogni lettera rappresenta un piccolo problema che il cervello deve risolvere.
La tastiera, invece, elimina quasi completamente questo processo. Che si stia scrivendo una “a”, una “q” o una “z”, il movimento richiesto è sostanzialmente lo stesso: individuare un tasto e premerlo. È un’operazione estremamente efficiente, il che spiega perché nessuno di noi abbia particolare nostalgia dei tempi in cui una relazione di venti pagine richiedeva una confezione di bianchetto e una discreta dose di pazienza. Ma proprio perché è efficiente richiede anche meno elaborazione cognitiva.
La parte che mi ha colpito di più, però, non riguarda gli adulti. Riguarda i bambini.
Van der Meer osserva infatti che i più piccoli che imparano a leggere e scrivere prevalentemente attraverso schermi e tastiere rischiano di perdere una parte importante dell’esperienza fisica legata alla costruzione delle lettere. Distinguere una “b” da una “d”, ad esempio, non è soltanto una questione visiva. È anche una questione motoria. Il cervello impara a riconoscere quei simboli perché ha imparato a produrli. Perché li ha costruiti. Perché li ha sentiti passare attraverso la mano.
A questo punto qualcuno potrebbe pensare che si tratti dell’ennesimo attacco nostalgico alla tecnologia, il classico “si stava meglio quando si stava peggio” che compare regolarmente ogni volta che nasce una nuova innovazione. In realtà il punto non è questo. Nessuno propone di scrivere email commerciali con la stilografica o di gestire un giornale utilizzando pergamene e ceralacca. Il problema è un altro.
Abbiamo progressivamente iniziato a confondere la registrazione delle informazioni con la loro comprensione.
E questa convinzione non è nuova.
Già nel 2014 i ricercatori Pam Mueller e Daniel Oppenheimer avevano confrontato studenti che prendevano appunti al computer con studenti che prendevano appunti a mano. I risultati furono sorprendenti. Gli studenti dotati di laptop raccoglievano una quantità molto maggiore di informazioni e riuscivano spesso a trascrivere quasi parola per parola ciò che veniva detto durante una lezione. Sulla carta sembravano avvantaggiati. Eppure, quando arrivava il momento di verificare la comprensione reale dei concetti, quelli che avevano usato carta e penna ottenevano risultati migliori.
Il motivo era quasi irritante nella sua semplicità, soprattutto per chi, come me, ha speso negli anni cifre imbarazzanti in computer, tablet, applicazioni per prendere appunti e sistemi che promettevano di trasformarmi in una versione particolarmente efficiente di me stesso.
Scrivere a mano è lento.
Talmente lento che non permette di annotare tutto.
E proprio perché non permette di scrivere tutto costringe il cervello a fare un lavoro supplementare. Devi decidere cosa conta davvero. Devi sintetizzare. Devi collegare concetti. Devi tradurre il pensiero di qualcun altro nelle tue parole. In sostanza, sei obbligato a capire ciò che stai ascoltando prima ancora di riuscire a scriverlo.
La tastiera, al contrario, rende possibile una forma di attività che assomiglia moltissimo all’apprendimento ma che spesso è semplice trascrizione. Le parole entrano da una parte ed escono dall’altra senza necessariamente fermarsi nei quartieri più interessanti del cervello.
Più rifletto su queste ricerche, più mi viene il sospetto che il tema non sia la scrittura a mano. Il tema è il nostro rapporto con l’attrito.
Viviamo in un’epoca che considera qualsiasi forma di attrito come un difetto di progettazione. Se una cosa richiede troppo tempo, bisogna accelerarla. Se richiede concentrazione, bisogna semplificarla. Se richiede uno sforzo mentale significativo, probabilmente esiste già una startup che sta raccogliendo milioni per eliminarlo.
E adesso è arrivata l’intelligenza artificiale, che sta portando questa logica alle sue estreme conseguenze.
Attenzione: lo dico da persona che usa l’AI quotidianamente e che considera questi strumenti straordinari. Sarebbe assurdo fingere il contrario. Possono farci risparmiare tempo, aumentare la produttività e svolgere in pochi secondi attività che fino a ieri richiedevano ore.
La domanda interessante, però, è un’altra.
Siamo sicuri che tutto il valore di un’attività si trovi nel risultato finale?
Perché la ricerca di Audrey van der Meer sembra suggerire esattamente il contrario. Sembra dirci che una parte importante dell’apprendimento avviene durante il processo. Durante lo sforzo. Durante quella fase apparentemente inefficiente che siamo così impegnati a eliminare.
Qualche anno fa mi trovai a fare una piccola lezione in un liceo sul tema dello storytelling e della costruzione delle notizie. Con una spesa inferiore a quella di due aperitivi milanesi particolarmente ottimisti comprai giornali, quadernini e penne Bic per tutta la classe. Niente smartphone. Niente laptop. Niente scorciatoie. Chiesi ai ragazzi di scegliere una notizia, leggerla su testate diverse e scrivere un articolo a mano, prima in bozza e poi in bella copia.
La reazione iniziale fu esattamente quella che ci si potrebbe aspettare da una generazione cresciuta circondata da schermi. Alcuni mi guardarono come si guarda uno zio che insiste nel raccontare di quando si telefonava dalle cabine pubbliche. Altri sembravano sinceramente convinti che stessi organizzando una rievocazione storica. Credo che qualcuno abbia persino sospettato che il passo successivo sarebbe stato distribuire tavolette d’argilla e scalpelli.
Poi, però, accadde qualcosa di interessante.
Cominciarono a leggere davvero. A confrontare. A notare differenze. A chiedersi perché una testata aprisse con un dettaglio e un’altra con un particolare completamente diverso.
In altre parole, iniziarono a fare il lavoro che precede qualsiasi forma di scrittura degna di questo nome: pensare.
Forse è proprio questa la lezione più interessante che emerge da tutta questa storia. Non che dobbiamo buttare via computer e smartphone. Non che la salvezza dell’umanità risieda in una Moleskine (come peraltro sono convinto) e una Bic Cristal. E nemmeno che ogni innovazione sia necessariamente un passo indietro.
Piuttosto, che alcune forme di lentezza non rappresentano il prezzo da pagare per imparare.
Sono il modo in cui impariamo.
Ed è un dettaglio non da poco in un’epoca in cui stiamo delegando alle macchine non soltanto il lavoro fisico o quello ripetitivo, ma anche una parte crescente del lavoro cognitivo. Riassumere un documento, organizzare appunti, costruire una scaletta, mettere ordine a un’idea confusa: tutte attività che oggi possono essere completate in pochi secondi da un algoritmo.
Una meraviglia.
Purché non dimentichiamo che molto spesso l’idea migliore non arriva alla fine del processo.
Arriva durante.
E se Audrey van der Meer ha ragione, e i dati sembrano suggerire che lo sia, allora quel vecchio quaderno pieno di scarabocchi che molti di noi continuano ostinatamente a portarsi dietro potrebbe non essere il residuo romantico di un passato analogico.
Potrebbe essere, paradossalmente, uno degli strumenti più moderni che abbiamo ancora a disposizione.



