Vado in stile libero oggi, non vogliatemene.
Partiamo dalla mia posizione ‘naturale’ e da quei pregiudizi che, come ogni essere umano, faccio fatica a scrollarmi di dosso, così almeno non posso essere accusato di averne: io politicamente sto solitamente dall’altra parte, sono liberale e quella zona indefinita che a Milano viene chiamata centrosinistra, riformismo o come altro la si voglia chiamare mi è sempre sembrata una specie di Rubicone, soprattutto perché dopo averlo attraversato diventa spesso difficile capire cosa sia davvero di destra e cosa sia davvero di sinistra.
Milano, da questo punto di vista, è quasi un caso di scuola. Negli ultimi anni ha avuto amministrazioni formalmente di sinistra che hanno inseguito con entusiasmo una città sempre più internazionale, attrattiva, costosa, finanziaria, immobiliare, piena di eventi, di grandi progetti, di investitori di paperoni a bassa tassazione e di persone che vogliono esserci perché Milano è diventata il posto dove bisogna essere. Tutto legittimo, naturalmente, e in parte persino positivo, tanto che Milano è cresciuta, è cambiata, è diventata più internazionale e sotto molti aspetti più interessante. Il problema è che a forza di voler fare un po’ Londra, un po’ Barcellona e un po’ qualunque città europea abbastanza cool da finire nelle classifiche giuste, rischia di averne copiato soprattutto il difetto peggiore: diventare sempre più desiderabile per chi può permettersela e sempre meno accessibile per chi semplicemente ci vive, ci lavora e la fa funzionare.
È anche per questo che la candidatura a sindaco di Mario Calabresi mi lascerebbe parecchio perplesso (fossi di sinistra). A dire il vero, era perfettamente prevedibile (e largamente anticipata) e non mi sorprende per nulla! Non perché non sia intelligente, competente o capace (mi sta antipatico, ma questo potrebbe essere un valore), ma perché mi sembra incarnare perfettamente quella Milano lì: quella che vuole essere moderna, internazionale, informata, progressista, sofisticata, molto attenta alle parole giuste e forse un po’ meno a ciò che succede quando si esce dalla bolla dei salotti (o delle redazioni o dei circoli culturali o dei teatri, etc.) nella quale quelle parole vengono pronunciate.
Chora (la sua creatura ‘new media’) e Will (la parte ben pensante con cui il data-journalism è stato trasformato in bignami grafico), nel bene e nel male, mi sono sempre sembrati un prodotto perfetto di quell’ambiente: un giornalismo molto ben confezionato, molto contemporaneo, molto social, che prende temi complessi e li restituisce sotto forma di slide, podcast, dati, spiegazioni e contenuti facilmente condivisibili, spesso sostenuti da branded content e progetti sponsorizzati. Non c’è niente di illegittimo in questo, è un modello editoriale e commerciale (non sempre dichiarato, ma in Italia…), ma trovo curioso che venga spesso raccontato come qualcosa di radicalmente nuovo e quasi pedagogico, come se bastasse trasformare la complessità in dieci card ben disegnate per produrre cittadini più consapevoli. Il Reuters Institute, parlando del modello di Chora e Will, riportava che circa il 70% dei ricavi arrivava proprio da branded content e progetti sponsorizzati. Legittimo, ripeto, ma siamo dentro un ecosistema economico e culturale molto preciso, non fuori da esso.
A volte mi sembra piuttosto una grande scuola di formazione dell’imbruttito progressista 2.0, quello che conosce perfettamente il lessico delle disuguaglianze, sa quando indignarsi, sa quale podcast ascoltare, sa quali problemi è opportuno avere molto a cuore e magari si lamenta giustamente perché con 1.800 euro a Milano non si vive, con la non trascurabile differenza che in molti casi dietro c’è ancora una famiglia borghese capace di assorbire una parte del costo di quella vita. Poi esiste un’altra Milano, molto meno rappresentata in quel racconto, dove le disuguaglianze non servono spiegarle con le slide perché la gente le incontra uscendo di casa.
E più guardo questa vicenda, più mi colpisce quanto sia piccolo il mondo dal quale Milano continua a scegliere quelli che la raccontano, quelli che ne spiegano i problemi e quelli che poi si propongono per governarla. Non mi stupisce nemmeno. Poco tempo fa, Alessandro Tommasi, il fondatore di Will prima dell’acquisizione da parte di Chora, arrivava dal public affairs, da Airbnb e Lime; dopo Will ha fondato NOS, che lui stesso ha presentato come un “media-partito”, e si è poi candidato alle Europee con Azione (che tra l’altro tra tutti i partiti di quella parte è quello che digerisco meglio). Tra i nomi che oggi compaiono nel centrosinistra milanese, e potenziale candidato sindaco, c’è anche Tommaso Goisis, che ha lavorato nelle amministrazioni milanesi e poi è stato manager di Airbnb, prima di tornare sul terreno civico e politico parlando anche di casa e disuguaglianze. Non sono la stessa persona, non hanno la stessa storia e sarebbe stupido metterli tutti nello stesso sacco. Ma l’ecosistema è sorprendentemente riconoscibile: public policy, piattaforme digitali, comunicazione, advocacy, amministrazione, media, politica. Le stesse persone e le stesse esperienze sembrano girare continuamente intorno allo stesso tavolo.
Ed è forse questo che mi diverte di più della candidatura di Calabresi: una parte della Milano colta, benpensante, professionale e molto soddisfatta di riconoscersi reciprocamente sembra già pronta a fare la claque prima ancora di sapere esattamente quale sia il progetto politico. Aprendo i giornali di oggi (o LinkedIn) si leggono entusiasmi, aperture e persino chi considera le primarie quasi superflue, anche se fortunatamente dentro lo stesso centrosinistra c’è chi ricorda che forse sarebbe opportuno discutere prima quale Milano si vuole costruire e soltanto dopo scegliere chi debba guidarla.
Da osservatore esterno noto qualcosa di quasi comico: questo centrosinistra milanese, almeno per come si presenta, a volte sta così tanto al centro che rischia persino di sorpassarmi a destra. Io sono quello liberale, quello che dovrebbe teoricamente chiedere meno ideologia e più mercato, e invece mi ritrovo a domandare al possibile candidato della sinistra se, oltre a fare l’occhiolino alla Milano dei podcast, dei consigli di amministrazione, delle redazioni, dei pr, dei professionisti e dei fighetti benpensanti già pronti ad applaudirlo, abbia intenzione prima o poi di fare anche qualcosa di sinistra.
Perché se l’idea fosse semplicemente continuare a rendere Milano ancora più internazionale, attrattiva, desiderabile, raccontabile, vendibile e piacevole per chi già può permettersela, allora tanto valeva tenervi Sala o un suo clone.
Davvero.
Io sono nato a Milano ma, per fortuna o purtroppo, non posso votarci, e quindi potrò guardare la faccenda con una certa distanza. Ma quella rimane anche un po’ la mia città e quando negli ultimi anni ho provato a percorrerla davvero, a piedi, uscendo dal centro e dai quartieri che finiscono sulle riviste, la sensazione è stata stranamente familiare. Mi è sembrato di rivedere in miniatura il film di Londra: un centro sempre più imbellettato come una vetrina, bellissimo, internazionale, costoso, costruito anche per essere guardato, e intorno un’enorme città abitata da quelli che quella vetrina la fanno funzionare ma che sempre meno possono permettersi di entrarci davvero.
E la cosa peggiore, a volte, è quasi la sensazione che Milano di quella parte di sé un po’ si vergogni. Che preferisca raccontare la città che arriva sulle copertine, negli eventi internazionali e nei podcast piuttosto che quella delle periferie normali, delle famiglie normali, degli stipendi normali, di chi prende la metropolitana alle sei e mezza del mattino e non ha nessuna intenzione di diventare un caso di studio sulla disuguaglianza urbana.
Per questo mi auguro anche che il centrodestra, invece di rispondere alla candidatura “fighetta” della sinistra cercando un fighetto uguale e contrario, trovi qualcuno che non abbia schifo di uscire dalle redazioni, dai salotti e dalle board room e si faccia parecchi chilometri a piedi per Milano. Qualcuno che vada a vedere dove vivono quelli che la città la tengono in piedi, che non consideri le periferie un posto dove andare accompagnato dalla scorta durante la campagna elettorale e che capisca che amministrare Milano significa occuparsi anche della parte che non appare nelle fotografie con lo skyline sullo sfondo.
Con una certa ironia, io che sto dall’altra parte devo fare mia la vecchia invocazione di Nanni Moretti a D’Alema.
“Calabresi, mentre la Milano fighetta e benpensante sembra già pronta ad applaudirti, di’ qualcosa di sinistra.”
Anzi, visto che vuoi fare il sindaco, fai qualcosa di sinistra. Sulla casa, sulle periferie, su chi lavora a Milano, ma non può più permettersi Milano, su chi non eredita un appartamento, su chi non ha una famiglia che copra la differenza a fine mese e su chi della grande città internazionale vede soprattutto il conto da pagare.
Perché l’inclusione raccontata in un podcast è relativamente facile. Rendere una città attrattiva per il mondo, ma anche realmente meno esclusiva (nel senso che esclude) significa scegliere chi paga e chi beneficia delle politiche, scontentare qualcuno e rompere qualche equilibrio. Quella si chiama politica.
E forse è precisamente questo che Milano dovrebbe chiedere sia a sinistra sia a destra: meno persone capaci di raccontare perfettamente la città che già conoscono e qualcuna in più disposta ad andare a vedere quella che normalmente non frequentano.
Perché la Londra che Milano sembra voler imitare è bellissima, internazionale, ricca e desiderata da tutti.
Ed è anche una città che si è progressivamente schiantata contro il prezzo del proprio successo.
Nota personale, da milanista.
Già con Sala ci siamo beccati un sindaco interista - e vabbè, diciamo che un certo tipo di milanesità da salotto all’interista viene pure abbastanza naturale.
Ma adesso un potenziale sindaco che tifa Juventus? Un sindaco gobbo, a Milano?
No, dai. Questo è troppo.
Quindi, già che ci siamo, un piccolo messaggio anche al centrodestra: quando scegliete il candidato, oltre a controllare che abbia mai fatto un giro a piedi fuori dalla Cerchia dei Bastioni, fate una verifica fondamentale.
Che almeno sia del Milan.



