Cairo starà pure esagerando. Ma le vergini dell’indipendenza abitano in un bordello.
Polemicone al Corrierone e 'Zero Fu*cks Given' per il resto del mondo
Due pagine dedicate all’editore del Corriere, dopo tre giorni consecutivi in prima pagina, possono essere troppe e il Comitato di Redazione ha tutto il diritto di protestare.
Ma l’indignazione sarebbe più credibile se una parte del giornalismo italiano non trascorresse il resto dell’anno tra interviste agli amici, collaborazioni incrociate, contenuti promozionali travestiti da informazione e testate concepite unicamente per dare visibilità ai proprietari - e questo infastidisce le redazioni che vorrebbero il palco tutto per loro. A tutto deve esserci un limite, ma possibilmente da entrambe le parti.
Urbano Cairo si fa intervistare molto. Probabilmente troppo. Sul Corriere della Sera, sulla Gazzetta dello Sport, nelle televisioni, durante gli anniversari, quando presenta i risultati economici, quando parla del Torino e, immagino, anche quando cambia la disposizione dei mobili nel proprio ufficio. La sua è ormai una specie di conferenza stampa permanente, interrotta soltanto da qualche partita e da una riunione del consiglio di amministrazione.
Dedicargli due pagine, dopo averlo portato per tre giorni consecutivi in prima pagina, può dunque apparire eccessivo e trasmettere ai lettori l’immagine di un giornale diventato improvvisamente troppo interessato al proprio proprietario. A voler pensare male si potrebbe pensare a una sua avventura politica, ma lui smentisce (o forse no).
Il Comitato di Redazione del Corriere ha protestato e ha tutto il diritto di sollevare la questione. Un quotidiano nazionale non dovrebbe trasformarsi nel bollettino personale dell’editore, neppure quando quell’editore ha risanato i conti, ridotto il debito, riportato il gruppo a produrre risultati positivi e potenzialmente salvato le poltrone di tante penne.
Risultati che, peraltro, non sono inventati: RCS ha chiuso il 2025 con 787,7 milioni di ricavi, 142 milioni di EBITDA, 54,8 milioni di utile netto e una posizione finanziaria netta positiva per 16 milioni, dopo aver distribuito 36,3 milioni di dividendi. Alla fine dello stesso anno dichiarava oltre 1,3 milioni di abbonamenti digitali attivi, 754 mila dei quali riferiti al Corriere della Sera. Questo non attribuisce a Cairo alcun diritto, o buon gusto, di occupazione delle pagine, ma impedisce anche di liquidare il risanamento del gruppo come una favola inventata dall’ufficio stampa.
A tutto c’è un limite, quindi, e il limite vale anche per Cairo.
Fin qui, nulla da obiettare.
Il problema comincia quando da una contestazione specifica, comprensibile e forse persino necessaria si passa alla consueta rappresentazione - a opera del Comitato di Redazione, Ordine, sindacati, circolini etc. - del giornalista come ultimo custode della purezza editoriale, assediato dal proprietario invasivo, vanitoso e interessato. Tra l’altro oggi tocca alla persona di Cairo, ma poco tempo fa era toccato a Elkann, al Sole, etc. Per la cronaca (e per diritto) le pagine delle stesse pubblicazioni, cartacee e online, sono a disposizione per visibilissimi comunicati dello stesso Comitato.
Peccato che questa rappresentazione sarebbe più convincente se una parte non trascurabile del giornalismo italiano non avesse trascorso gli ultimi decenni a intervistare, promuovere e proteggere politici, imprenditori, banchieri, consulenti, scrittori e personaggi dello spettacolo legati non soltanto agli interessi degli editori, ma anche alle amicizie, alle frequentazioni e alle convenienze personali di direttori e giornalisti. Solo che per quelle non c’è mai un Comitato che alza la voce e grida allo scandalo e all’attacco verso la libertà.
Perché le interferenze non sono solo quelle del ‘padrone’. Esiste l’interferenza dell’amicizia, quella dell’appartenenza politica, quella del salotto frequentato, quella del libro del collega da recensire, quella dell’evento al quale si viene invitati, quella del convegno da moderare, quella della collaborazione parallela da conservare, quella dell’ufficio stampa che garantisce accesso, quella dell’imprenditore che sponsorizza o introduce nel circuito giusto, quella del comunicato trasformato in articolo e quella dell’azienda trattata con una delicatezza che raramente viene riservata a chi non appartiene alla cerchia.
Non è sempre necessario che l’editore chieda qualcosa. Talvolta non ha neppure bisogno di telefonare, perché il sistema ha imparato da tempo ad autoregolarsi attraverso relazioni, opportunità, appartenenze e reciproche cortesie.
E i giornalisti non sono sempre le vittime innocenti di questa rete. Molto spesso ne sono partecipanti consapevoli e, in alcuni casi, beneficiari.
Ma di cosa parlavano quelle due pagine sul Corriere
La doppia pagina contestata non era soltanto un album fotografico dedicato alla vanità del proprietario.
Cairo raccontava il proprio rapporto familiare con il Corriere, partendo dal nonno Mario, e ricostruiva la scalata a RCS e il successivo risanamento. Il titolo richiamava il passaggio da circa 430 milioni di debito a risultati annuali nell’ordine dei 50-60 milioni di utile.
Nell’intervista si parlava anche delle celebrazioni per i 150 anni del quotidiano, del rapporto con il presidente Mattarella, della politica italiana, di Meloni, Schlein e Vannacci e dell’eventualità di un futuro impegno politico dello stesso Cairo (ricordiamoci di questo passaggio). Venivano inoltre affrontate le differenti identità editoriali del Corriere e di La7, la crisi economica del settore e la necessità di trovare risorse e modelli nuovi per l’editoria. Ha parlato a così ampio raggio che è riuscito pure a menzionare le edicole.
Si può legittimamente ritenere che tutto ciò non giustificasse due pagine, contestare il tono celebrativo e trovare difficile da spiegare la presenza di Cairo per tre giorni consecutivi in prima pagina.
Ma è corretto raccontare anche che cosa contenesse l’intervista, invece di ridurla a un gigantesco selfie dell’editore.
Le interferenze degli altri si vedono sempre meglio
La notizia mi è arrivata leggendo un post di una giornalista che collabora contemporaneamente con il Corriere e altri prodotti editoriali (li chiamo prodotti perché sono in gran parte ‘commerciali’) nei quali il confine tra informazione, relazioni e promozione appare, quanto meno, piuttosto elastico. Alcuni di quei prodotti ‘da banco’ sono stati acquistati da imprenditori che non hanno mai nascosto di considerare l’editoria anche un mero strumento di visibilità e che non si curano nemmeno troppo di travestire le marchette in articoli con qualche spolverata di notizia.
Non c’è nulla di necessariamente illegittimo.
Gli imprenditori comprano giornali e magazine anche per costruire reputazione, relazioni, autorevolezza, accesso e peso pubblico… e per vendere altro: auto, corsi, membership, banane, cripto, insomma… di tutto. È sempre accaduto e continuerà ad accadere. Spesso è proprio questa la ragione per cui vengono mantenute in vita testate che, considerate esclusivamente come attività editoriali, non avrebbero alcuna convenienza economica.
Ma proprio per questo sarebbe consigliabile una certa cautela nel presentarsi come sacerdoti dell’indipendenza quando Cairo occupa due pagine del Corriere, mentre si lavora serenamente anche per progetti editoriali costruiti, almeno in parte, per aumentare la visibilità commerciale di clienti, amici e - chiaramente - proprietari e loro rete.
Il punto non è processare un/a singolo/a giornalista, che infatti non nomino, né compilare una graduatoria delle persone pure e impure. Non conosco tutti i processi redazionali, non so chi abbia deciso ogni contenuto e non attribuisco a nessuno condotte che non posso documentare. Non penso nemmeno ce ne sia bisogno.
Il punto è osservare un meccanismo generale: nel giornalismo italiano il conflitto d’interessi sembra diventare intollerabile soprattutto quando riguarda qualcun altro.
Quando invece abita nella testata con cui si collabora, nelle proprie relazioni professionali o nelle amicizie del direttore, improvvisamente diventa più complesso, sfumato e bisognoso di una quantità di distinguo che, nel caso dell’editore antipatico, non vengono mai considerati necessari.
A tutto deve esserci un limite: per Cairo, per Elkann, per Berlusconi quando era editore, per De Benedetti, per le grandi famiglie industriali e per qualunque proprietario utilizzi una testata anche come prolungamento della propria rappresentazione pubblica o sfera di influenza.
Ma dovrebbe esistere anche un limite per i direttori che intervistano ripetutamente i propri amici, per i giornalisti che trasformano relazioni personali in contenuti, per le testate costruite intorno agli interessi dei soci e per i professionisti che collaborano contemporaneamente con media, aziende, eventi e organizzazioni delle quali poi raccontano le attività senza rendere evidente la sovrapposizione dei ruoli.
L’indipendenza non può essere invocata soltanto verticalmente, contro il proprietario. Deve essere praticata anche orizzontalmente, nei rapporti tra giornalisti, politica, imprese, uffici stampa, associazioni, consulenti, organizzatori di eventi, sponsor e colleghi. Anche perché a volte viene esercitata anche contro l’editore stesso - che giustamente si risente.
PrimaOnline e il piccolo cortocircuito dell’indipendenza
Nota: non intendo trasformare PrimaOnline o Prima Comunicazione nel bersaglio di questo articoletto. Una testata specializzata nell’industria dei media fa bene a pubblicare una notizia rilevante anche quando riguarda negativamente un proprio socio. Sarebbe molto più preoccupante se l’ingresso di Cairo nel capitale avesse impedito alla redazione di raccontare una protesta contro Cairo.
È quindi positivo che Prima abbia ripreso il comunicato del Comitato di Redazione.
Il piccolo cortocircuito nasce dal contesto: il 30 giugno (30 giorni prima, non 3 anni prima) Cairo Communication è entrata con il 14,10% nel capitale di Editoriale Genesis, editrice di Prima Comunicazione e PrimaOnline, mentre Urbano Cairo deteneva già personalmente un ulteriore 0,33%. Alessandra Ravetta è rimasta azionista di maggioranza con il 54,89%.
Non si è trattato di denaro fresco versato da Cairo, ed è giusto precisarlo. La partecipazione è nata dalla conversione in capitale di un credito vantato da Cairo Communication nei confronti di Editoriale Genesis, maturato nei precedenti rapporti per la raccolta pubblicitaria - evidentemente mai pagata prima. Annunciando l’operazione, Ravetta ha rivendicato apertamente la propria maggioranza e l’indipendenza editoriale della testata, spiegando che sarebbe stato disonesto raccontare l’ingresso di Cairo senza la stessa franchezza richiesta agli altri.
Tutto molto corretto.
Proprio per questo, nell’articolo sulla protesta del Cdr, una riga che ricordasse al lettore il recente rapporto societario avrebbe reso il quadro ancora più completo. Non perché quel rapporto rendesse meno vera la notizia, né perché Prima dovesse attenuarla, ma perché l’indipendenza non consiste soltanto nel pubblicare qualcosa di sgradito a un socio: consiste anche nel dire che la persona di cui si sta parlando è un proprio socio.
La cosa mi fa sorridere più che scandalizzarmi. Sembra quasi una dimostrazione preventiva: vedete, Cairo è appena entrato nel nostro capitale e siamo proprio noi a pubblicare la critica contro di lui.
Magari non era affatto questo l’intento, e non ho elementi per sostenere che lo fosse. Può essere stata semplicemente una notizia pubblicata perché rilevante, come è normale che accada. Resta però un piccolo atto involontario di comunicazione sull’indipendenza editoriale, prodotto da chi di comunicazione si occupa professionalmente.
Volendo sintetizzare con una battuta: il credito di Cairo era abbastanza buono da essere trasformato in capitale e la protesta contro Cairo era abbastanza interessante da essere trasformata in una notizia. Bene entrambe le cose. Una disclosure di mezza riga le avrebbe semplicemente tenute insieme con massima trasparenza e stile.
È anche per questo che stiamo lavorando a “Marchette”
Da esperienze come questa nasce l’idea di Marchette: un progetto dichiaratamente di ‘satira editoriale’ al quale stiamo lavorando con alcuni giornalisti seri e abbastanza kamikaze da essere disposti a osservare non soltanto gli editori, ma anche il comportamento della propria categoria. E, con loro, un nutrito gruppo di avvocati delle cause perse, visto che temiamo le querele saranno copiose.
Non sarà un tribunale, non sarà una raccolta di vendette personali e non considererà una marchetta ogni articolo positivo per questo o quello. Non ci occuperemo della pubblicità dichiarata, del branded content chiaramente riconoscibile o dell’inserzionista che acquista legittimamente uno spazio.
L’oggetto sarà quella zona molto più interessante nella quale la promozione viene presentata come informazione indipendente: interviste determinate da relazioni non dichiarate, comunicati riscritti senza alcuna verifica, articoli celebrativi privi di distanza critica, contenuti dedicati a clienti, soci, sponsor, amici o committenti senza che il lettore venga messo nella condizione di conoscere il rapporto. E poi classifiche, premi, ‘club’, eventi, etc.
L’idea non è soltanto denunciare, ma recensire le marchette e divertirsi con l’autocritica del mondo editoriale in cui siamo finiti: valutarne la tecnica, la trasparenza, la quantità di zucchero impiegata, la capacità di mimetizzarsi e, perché no, anche la qualità della prestazione. In fondo, se la marchetta è diventata un genere editoriale, tanto vale cominciare a fare critica del genere. E poi vogliamo essere capaci di riderci sopra. L’alternativa sarebbe piangere. E non fatemi spiegare da dove proviene il termine marchetta… google it, chatgpt it, documentatevi da soli.
Per farlo seriamente serviranno criteri pubblici, elementi verificabili, distinzione netta tra fatti e opinioni, disclosure dei nostri stessi rapporti e pieno diritto di replica. Non basterà che qualcosa non ci piaccia per definirlo una marchetta, così come non sarà sufficiente che un articolo sia elogiativo per dichiararlo corrotto.
Bisognerà ricostruire i collegamenti, mostrare le eventuali omissioni e spiegare perché un contenuto presentato come giornalismo possa apparire, sulla base di elementi concreti, una comunicazione promozionale non dichiarata. Lo stesso metro dovrà valere per tutti: grandi e piccoli editori, direttori, giornalisti, aziende, associazioni, testate e, naturalmente, anche per noi - su cui sarà terribilmente facile infierire.
Forse è proprio questo che manca nel dibattito sull’intervista a Cairo. Gli editori sono osservati, spesso giustamente, perché il loro interesse è evidente: possiedono il giornale, mettono o recuperano i soldi e utilizzano anche quella proprietà per ottenere reputazione, relazioni e influenza.
Cairo non si nasconde particolarmente bene e, probabilmente, non prova nemmeno a farlo.
Molto meno osservati sono invece i conflitti di chi scrive: collaborazioni, consulenze, eventi moderati, amicizie professionali, accessi privilegiati, libri da promuovere, associazioni frequentate e committenti che appaiono successivamente negli articoli.
Non significa che ogni relazione produca una marchetta. Significa che il lettore dovrebbe essere messo nelle condizioni di riconoscerla quando accade. E poi un po’ di satira sul mondo business manca… sempre tutti abbottonati manco fossero su LinkedIn anche al cesso.
Morale ‘Marchette’ sta nascendo come un progetto editoriale dove nessuno si augura di finire e per il quale, purtroppo, temiamo che essere inondati di materiale e segnalazioni. È bastato simulare tre cover per ricevere oltre 30 contatti di altrettanti professionisti. Evidentemente a qualcuno piace ancora il proprio lavoro, almeno al punto da indignarsi ogni tanto e voler agire.
Da dove partiamo…
Visto che io vivo e lavoro anche e soprattutto nel Regno Unito ho scelto di sottoporre il mio lavoro giornalistico ed editoriale, compreso ciò che state leggendo, a standard professionali britannici. In attesa di capire che forma prendere in Italia, per questa ragione soltanto, anche ‘Marchette’ sarà registrata qui (formalmente come ‘Reviewing editorial payola and undisclosed promotional journalism’).
Il giornalismo britannico non è privo di conflitti, editori invadenti, campagne interessate o pagine impresentabili. Sarebbe ridicolo: la stampa britannica ha prodotto alcuni dei migliori esempi di giornalismo al mondo e anche una considerevole quantità di spazzatura.
La differenza che mi interessa è un’altra.
L’attuale Editors’ Code of Practice riconosce espressamente alla stampa la libertà di informare, essere partigiana, sfidare, scandalizzare, fare satira e partecipare al dibattito. Contemporaneamente richiede accuratezza, correzione tempestiva degli errori significativi, una ragionevole possibilità di replica e una distinzione chiara tra fatti, commenti e congetture.
Mi sembra un approccio adulto.
Non devi fingere di essere privo di opinioni, interessi o relazioni. Devi dire da quale posizione parli, distinguere ciò che sai da ciò che pensi, documentare le affermazioni, correggere gli errori e permettere a chi viene criticato di replicare.
Puoi essere feroce, ironico, sarcastico e persino condurre una campagna editoriale. Non puoi però travestire una tua supposizione da fatto accertato.
È il criterio che applicheremo a ‘Marchette’ e che ho sempre cercato di mantenere anche per ‘Esco quando voglio’. Che poi spiega perché abbia deciso di diventare un ‘journalist’ registrato nel Regno Unito quando ero libero di non farlo - in Italia lo sarei stato (w la libertà). Poi un giorno il nostro sogno sarebbe di stampare 4 o 5 copie giusto per fare dei selfie in edicola accanto ai giornali e business magazine menzionati. Dico 4 o 5 perché con le edicole e copie vendute dagli stessi non si va molto oltre.
Ok… basta con la marchetta a ‘Marchette’.
Morale: non sostengo che ogni giornalista sia in conflitto d’interessi con qualcosa. Dico che l’indipendenza dovrebbe essere misurata anche sulle relazioni dei giornalisti, non soltanto su quelle degli editori. Una banalità assurda che però mi causa sempre qualche stizzito rimprovero.
Non sostengo che l’intervista a Cairo fosse opportuna perché RCS produce utili: dico che i risultati economici esistono e fanno parte del contesto.
Non faccio la vergine di mestiere e non fingo di scandalizzarmi.
Sono stato direttore, editore, imprenditore e inserzionista. Conosco il problema da più lati, ho probabilmente commesso errori, avuto idee geniali e sottovalutato il potere dell’invidia e della cattiveria di certe penne, ma almeno ho la trasparenza (e palle?) di dichiarare la posizione dalla quale parto. Proprio per questo trovo poco credibile il teatro di chi prende un po’ da Cairo, un po’ da altri editori e magazine non sempre irreprensibili sul piano della trasparenza e poi sale sul palco per recitare la parte di chi ha appena scoperto l’esistenza dei conflitti d’interessi.
Cairo, almeno, non si nasconde. Questo non lo assolve e non lo rende automaticamente migliore. Lo rende soltanto più facile da leggere.
L’editore puro forse non è mai esistito
Ora qualcuno verrà certamente a spiegare che la legge distingue il ruolo dell’editore da quello del direttore, che il contratto giornalistico tutela l’autonomia professionale, che esistono la deontologia, l’Ordine, il Comitato di redazione e la libertà di stampa. Esistono anche gli unicorni, ma sono tutti nascosti.
Tutto vero sul piano formale, e per fortuna.
Una testata nella quale il proprietario possa imporre qualsiasi cosa senza resistenza non è un giornale: è un house organ - e potrebbe anche avere il diritto di farsene uno dichiarandolo.
Ma l’indipendenza non è una formula giuridica che si esaurisce nella separazione delle funzioni. È un comportamento quotidiano.
Non basta dichiararsi indipendenti dall’editore se si dipende dalle proprie amicizie, dalle appartenenze politiche, dalle collaborazioni esterne, dall’accesso garantito dagli uffici stampa o dalla necessità di rimanere dentro un determinato circuito professionale. Peggio ancora se si fa della propria visibilità, pagata da altri, un’arma da brandire - quante volte ho sentito dire da insospettabili personcine: “Guardi che sono giornalista…”
Soprattutto, l’indipendenza non può essere confusa con l’assenza di responsabilità economica.
Un giornale è un prodotto culturale, uno strumento democratico e un presidio d’informazione, ma è anche un’impresa. Ha dipendenti, collaboratori, fornitori, sedi, distribuzione, piattaforme, tecnologia, promozione, costi e tasse.
Qualcuno deve pagare tutto questo. E si fa fatica, molta.
E quel qualcuno, nella maggior parte dei casi, è un imprenditore che mette capitale, assume rischi e pretende legittimamente che il giornale abbia un modello economico, una strategia o almeno una prospettiva di sostenibilità. E questo spesso cozza con la visione di chi ci lavora, al punto che, in Italia, facilmente ad aver la meglio non è il ‘capitale’, ma chi ci scrive.
L’idea romantica dell’editore puro, silenzioso, disinteressato e disposto a finanziare indefinitamente una redazione senza attendersi né risultati economici né vantaggi reputazionali appartiene più alla mitologia professionale che alla storia dell’editoria.
I giornali sono stati spesso acquistati anche per ottenere influenza, accesso, relazioni, autorevolezza e peso politico. Non è un’anomalia inventata da Cairo.
C’è chi compra una testata con centinaia di migliaia di lettori e chi ne mantiene in vita una con poche migliaia, o persino poche centinaia, perché possedere quel marchio permette di presentarsi come editore, partecipare a tavoli istituzionali, invitare interlocutori importanti e ottenere una visibilità che sarebbe più costosa acquistando pubblicità tradizionale.
In molti casi le testate non vengono comprate per guadagnare vendendo giornali, ma per aumentare il valore, le relazioni e il peso di chi li possiede.
Cairo, da questo punto di vista, non ha inventato nulla. È stato bravo e rende particolarmente visibile un meccanismo che altri hanno utilizzato con maggiore discrezione e almeno riesce a farci soldi. Quindi fa prudere le mani ai rosiconi.
La trasparenza, però, non assolve automaticamente.
La libertà editoriale non significa libertà dai risultati. Non può significare utilizzare il capitale, il marchio, la distribuzione e la struttura di un’impresa senza interrogarsi su copie vendute, abbonamenti, lettori, ricavi, produttività e qualità del prodotto.
Un giornale non può essere governato soltanto da un foglio Excel, ma non può nemmeno essere gestito come se il foglio Excel fosse un attentato alla democrazia.
Chi desidera una libertà editoriale totale può fondare una cooperativa, creare una testata, raccogliere capitale, convincere i lettori a pagare, costruire una membership e assumersi direttamente il rischio imprenditoriale.
Oggi esistono strumenti digitali che rendono questa strada più accessibile rispetto a vent’anni fa. Non è facile, perché significa pagare stipendi e fatture, trovare abbonati, organizzare il lavoro e accettare che il pubblico possa non essere interessato a ciò che si produce. E magari scoprire che ti leggono solo fin quando scrivi per XYZ e puoi un giorno essere utile - e nulla brucia di più a un giornalista del prendere atto della propria pochezza fuori da una testata.
È molto più comodo lavorare sotto il marchio del Corriere, di Repubblica, della Stampa o del Sole 24 Ore, beneficiare del prestigio accumulato in decenni e comportarsi poi come se quel patrimonio appartenesse esclusivamente alla redazione.
Non appartiene soltanto all’editore, ma neppure soltanto ai giornalisti. È il risultato congiunto di lavoro editoriale, capitale, distribuzione, tecnologia, organizzazione e fiducia del pubblico.
E, gran finale, intanto al lettore non importa un ca**o di tutto questo
Poi rimane la parte più sgradevole di tutta la vicenda.
Al lettore medio - quello che già tanto se compra il giornale, lo sfoglia e guarda qualche titolo - di queste discussioni importa veramente poco.
Detto brutalmente: non gliene importa un ca**o.
Non sa chi compone il Cdr, non conosce i rapporti tra la redazione e l’azienda, non segue le partecipazioni dei gruppi editoriali e probabilmente non ricorda neppure quante volte Cairo sia apparso in prima pagina durante la settimana.
Vede una doppia intervista all’editore, forse la legge, forse la salta, poi passa alle notizie che lo interessano davvero.
E questa, molto più delle due pagine dedicate a Cairo, dovrebbe essere la parte che preoccupa il giornalismo.
La categoria discute della propria indipendenza mentre il pubblico ha progressivamente smesso di interessarsi alla categoria.
I giornalisti parlano dei giornalisti, dei propri scioperi, delle vertenze, delle regole, dei rapporti con gli editori e delle battaglie interne. Tutte questioni legittime, talvolta decisive, ma raccontate spesso come se fossero automaticamente centrali anche per chi legge.
Non lo sono.
Il Cdr scrive che, dopo l’aumento di venti centesimi, i lettori meritano pagine di notizie. Ha ragione.
Ma i lettori meritano anche un prodotto per il quale valga la pena pagare, un’informazione riconoscibile e giornalisti capaci di spiegare perché il proprio lavoro aggiunga qualcosa rispetto a un comunicato stampa, a un post sui social o a un contenuto pubblicato direttamente dall’interessato.
Il rischio vero non è soltanto che il Corriere diventi autoreferenziale perché intervista Cairo. È che l’intero giornalismo diventi autoreferenziale mentre continua a perdere rilevanza presso il pubblico al quale sostiene di rivolgersi.
Mentre la categoria discute su chi sia più indipendente, il lettore se ne va.
E forse ha persino ragione.
Pace.
Il bordello resta
Dunque sì: Cairo si intervista troppo. Due pagine possono essere troppe e tre giorni consecutivi in prima pagina possono essere ancora più difficili da giustificare.
Il Comitato di redazione fa bene a porre il problema e l’editore farebbe bene ad ascoltarlo.
PrimaOnline ha fatto bene a pubblicare la protesta contro un proprio nuovo socio; una riga sul rapporto societario avrebbe semplicemente completato quella trasparenza che la stessa testata aveva correttamente rivendicato poche settimane prima.
E una parte del giornalismo italiano dovrebbe smettere di comportarsi come se l’indipendenza fosse una qualifica acquisita automaticamente insieme al tesserino.
L’indipendenza è una pratica quotidiana.
Riguarda chi possiede il giornale, chi lo dirige e chi ci scrive. Riguarda gli ordini impartiti dall’alto, ma anche le amicizie, le collaborazioni, gli eventi, gli sponsor, gli accessi, le convenienze e i conflitti che si preferisce non dichiarare.
Le marchette, sia chiaro, non hanno genere (non sono uomo o donna o altro): nel giornalismo italiano sono probabilmente più maschili che femminili. Il bordello è una metafora del sistema, non un riferimento alle donne (lo dico perché altrimenti sembra che ce l’abbia solo con delle giornaliste).
Le vergini dell’indipendenza abitano spesso in quel bordello. Il problema non è che ne escano. Il problema è che fingano di non esserci mai entrate.



