Brexit, 10 anni dopo. Il giorno in cui il Regno Unito disse “esco quando voglio”
Esco quando voglio #114
Dieci anni dopo Brexit, tra orgoglio ferito, conti che non tornano e italiani a Londra che fanno ancora finta sia tutto glamour
Il 23 giugno 2016 il Regno Unito fece una cosa molto britannica, almeno nella caricatura che i britannici hanno spesso venduto al mondo: entrò in una stanza, guardò tutti con aria di superiore compostezza imperiale, disse “esco quando voglio”, sbatté la porta e poi passò i successivi dieci anni a cercare di capire dove avesse messo le chiavi, il portafoglio, il cappotto, l’accesso al mercato unico e una ragione minimamente decente per non rientrare dalla finestra chiedendo scusa.
La Brexit è stata questo: non la fine del Regno Unito, perché chi la racconta così fa propaganda al contrario; non la rinascita sovrana della Global Britain, perché quella era una brochure per pensionati nostalgici, hedge fund managers annoiati e tabloid in cerca di carburante; ma una grande, costosa, testarda operazione di auto-sabotaggio nazionale, compiuta in nome di una sovranità raccontata come libertà e poi scoperta nella sua forma meno romantica: moduli, code, controlli, visti, aziende irritate, camionisti confusi, studenti scoraggiati, servizi pubblici stremati e politici che continuano a dire “abbiamo ripreso il controllo” con la stessa convinzione con cui uno che ha perso la casa al casinò dice di aver almeno guadagnato esperienza.
Il referendum fu vinto dal Leave con 17.410.742 voti, contro 16.141.241 per il Remain. Tradotto: circa 51,9% contro 48,1%, con uno scarto di 1,27 milioni di voti su oltre 33,5 milioni di voti validi. L’elettorato era di 46,5 milioni e l’affluenza arrivò al 72,2%. Quindi no, non fu un colpo di mano, non fu una truffa aritmetica, non fu una decisione presa da quattro ubriachi in un pub dello Yorkshire, anche se alcuni dei protagonisti sembrarono poi fare del loro meglio per confermare lo stereotipo. Fu una scelta democratica, stretta ma legittima. Il problema è che una scelta democratica può anche essere una scelta sbagliata, e qui inizia il dramma inglese: ammetterlo avrebbe richiesto una dote che il Paese, in quel momento, non aveva più in abbondanza, cioè l’umiltà. (electoralcommission.org.uk)
Da quel voto iniziò una lunga digestione istituzionale. Il Regno Unito attivò l’Articolo 50 il 29 marzo 2017, uscì formalmente dall’Unione Europea alle 23:00 del 31 gennaio 2020, ma restò in periodo transitorio fino al 31 dicembre 2020, quando lasciò davvero mercato unico e unione doganale. In altre parole, la Brexit emotiva avvenne nel 2016, la Brexit politica nel 2020, e la Brexit reale - quella che arriva nelle aziende, nei porti, nelle università, negli uffici immigrazione, nei bilanci familiari e nelle conversazioni imbarazzate con gli europei - cominciò nel 2021. (House of Commons Library)
Qui volutamente non mi interessa fare la cronaca personale dei protagonisti di questi dieci anni. Non è un articolo sulle feste, sulle ambizioni, sulle fidanzate, sui caratteri, sulle gaffe, sui risentimenti privati o sui piccoli e grandi psicodrammi di Downing Street. Quelli riempiono biografie, documentari e rubriche di costume. Il punto è più serio e più impietoso: anche se togliamo tutto il gossip, anche se lasciamo fuori le vanità individuali, anche se fingiamo per un attimo che tutti abbiano agito con nobile spirito di servizio, resta una verità molto semplice. Il sistema politico britannico è stato triturato da una scelta che aveva promesso chiarezza e ha prodotto confusione.
Dal referendum il Regno Unito ha avuto sei primi ministri. Nessuno è riuscito a servire un mandato pieno di cinque anni. I due grandi partiti tradizionali, Conservatori e Laburisti, che nel 2019 raccoglievano insieme il 76% del voto popolare, nel 2024 sono scesi al 58% (ora penso non arriverebbero al 50%). Questo non significa che Brexit sia l’unica causa della crisi politica britannica, perché sarebbe troppo comodo e troppo semplice; ma significa che Brexit è stata il grande acceleratore, il solvente che ha sciolto vecchie appartenenze, distrutto carriere, spaccato partiti, avvelenato la fiducia e trasformato una democrazia famosa per la sua stabilità in una macchina che cambia conducente mentre è ancora in movimento. (Institute for Government)
La promessa era “riprendere il controllo”. La realtà è stata scoprire che il controllo, da solo, non paga le bollette, non aumenta la produttività, non sostituisce un mercato da centinaia di milioni di consumatori accanto a casa, non elimina la necessità di lavoratori stranieri, non costruisce ospedali, non forma infermieri, non fa apparire doganieri competenti dal nulla e soprattutto non ti rende automaticamente più intelligente solo perché hai smesso di sederti a un tavolo comune.
Economicamente, la Brexit non ha prodotto un collasso hollywoodiano (insomma il poster che ho fatto creare a ChatGPT basato su ‘28 days later’ è un pò esagerato, anche se le temperature di questi giorni potrebbero far pensare).
Non ci sono state scene da fine del mondo, non si è spenta la City, non sono scomparse le università, non è affondato il Tamigi e Londra non è diventata una periferia triste di Birmingham, anche se certi prezzi degli affitti sembrano un esperimento sadico condotto contro la sanità mentale. Ma il fatto che non ci sia stata un’apocalisse non significa che non ci sia stato un danno. Il danno è stato meno cinematografico e più britannico: lento, amministrativo, cumulativo, ostinatamente negabile fino a quando non diventa troppo grande per essere ignorato.
Secondo l’ONS, il PIL britannico è cresciuto dello 0,6% nel primo trimestre 2026, dopo +0,2% nel quarto trimestre 2025, e nell’intero 2025 è aumentato dell’1,4%, dopo +1,0% nel 2024. Dunque il Regno Unito continua a crescere. Bene, ma non benissimo. In Italia per questi numeri si festeggerebbe. La domanda non è se l’economia sia viva; anche un paziente febbricitante è vivo. La domanda è quanto avrebbe potuto correre senza essersi legato da solo un sacco di sabbia alla caviglia. (Office for National Statistics)
L’Office for Budget Responsibility, che non è esattamente un club di estremisti europeisti con bandierine blu e stelline gialle, assume nelle sue previsioni che, nel lungo periodo, importazioni ed esportazioni britanniche saranno entrambe circa 15% più basse rispetto a uno scenario in cui il Regno Unito fosse rimasto nell’UE, con una riduzione della produttività potenziale di circa 4%. La stessa OBR ha rilevato che l’intensità commerciale britannica nel terzo trimestre 2023 era 1,7% sotto il livello del 2019, mentre il resto del G7 era 1,7% sopra; e che tra il 2019 e il 2022 il commercio di beni tra Paesi UE e resto del mondo era cresciuto di oltre un terzo, mentre quello tra Regno Unito e UE era cresciuto solo di circa 10%. (Office for Budget Responsibility)
Uno studio NBER pubblicato nel 2025 stima che entro il 2025 Brexit abbia ridotto il PIL britannico di circa 6-8% rispetto al controfattuale, l’investimento di 12-18%, l’occupazione di 3-4% e la produttività di 3-4%. Naturalmente queste sono stime, non tavole della legge; ma sono stime serie e, soprattutto, descrivono esattamente il tipo di problema che il Regno Unito ha costruito per sé: non una catastrofe rumorosa, ma un arretramento strutturale abbastanza lento da permettere ai negazionisti di dire ogni anno “non è successo niente”, e abbastanza pesante da rendere il Paese più povero quando si guarda il decennio intero. (NBER)
Il commercio racconta la stessa storia. Nel 2025 l’UE rappresentava ancora il 41% delle esportazioni totali britanniche e il 50% delle importazioni. Cioè, dopo anni di retorica sulla Global Britain, il continente resta il vicino di casa, il cliente, il fornitore, il mercato naturale, quello che non puoi sostituire con un accordo commerciale fotografato in pompa magna con un Paese dall’altra parte del mondo. Le esportazioni britanniche di beni verso l’UE nel 2025 erano 14% sotto il livello del 2019 in termini reali, mentre le esportazioni di servizi verso l’UE erano 28% sopra. Traduzione: la parte immateriale, finanziaria, professionale e intellettuale del Paese tiene; la parte fisica, manifatturiera e integrata nelle catene europee soffre di più. (House of Commons Library)
Nel 2025 le esportazioni britanniche verso l’UE valevano 385,4 miliardi di sterline, contro 544,7 miliardi verso i Paesi non UE. Gli Stati Uniti erano il primo mercato singolo con 202,7 miliardi, pari al 21,8% dell’export britannico; poi Germania con 62,7 miliardi, Irlanda con 56,4 miliardi, Paesi Bassi con 53,8 miliardi e Francia con 48 miliardi. Ma il dato più interessante è un altro: i beni rappresentavano il 41,3% delle esportazioni totali nel 2025, contro il 52,8% nel 2015. Il Regno Unito è sempre più una potenza di servizi e sempre meno un Paese industriale capace di galleggiare senza attriti nel proprio spazio economico naturale. (GOV.UK)
Nel primo trimestre 2026, il Regno Unito ha esportato complessivamente 236 miliardi di sterline e importato 243 miliardi, con un deficit commerciale totale di 7 miliardi. Dentro quel numero c’è quasi una radiografia nazionale: deficit nei beni di 59,3 miliardi, surplus nei servizi di 52,3 miliardi. Londra, la finanza, la consulenza, l’istruzione, il diritto commerciale, il digitale, il marketing e tutto ciò che si può vendere con una call elegante e un accento rassicurante continuano a funzionare; ma il Paese materiale, quello che produce, trasporta, importa componenti, esporta merci, compila documenti doganali e subisce ogni attrito nuovo, paga il conto. (Office for National Statistics)
E poi c’è la vita quotidiana, dove la propaganda muore sempre peggio che nei grafici. L’OBR stimava il reddito reale disponibile per persona a circa 26.300 sterline nel 2024-25, con una crescita prevista debolissima negli anni successivi, intorno a un quarto di punto percentuale all’anno, frenata da salari reali poco dinamici e tasse più alte. L’Institute for Fiscal Studies ha mostrato che il reddito mediano è cresciuto appena del 6% tra 2009-10 e 2022-23, mentre secondo il trend storico ci si sarebbe aspettato circa 30%; la quota di adulti in età lavorativa che dichiarano di non riuscire a riscaldare adeguatamente la casa è salita dal 4% nel 2019-20 all’11% nel 2022-23; la retribuzione media reale pre-tasse nel 2023-24 era solo 3,5% sopra il livello del 2009-10. (Office for Budget Responsibility)
A questo punto arriva il grande capolavoro retorico sull’immigrazione. Brexit doveva ridurre l’immigrazione, o almeno così è stata venduta a una parte importante dell’elettorato. Invece ha ridotto soprattutto l’immigrazione europea, sostituendola con un’immigrazione più lontana, più burocratica, più dipendente dai visti, più legata a università, sanità, assistenza, lavoro sponsorizzato, famiglie, asilo e canali umanitari. Insomma: il Regno Unito ha “ripreso il controllo” per scoprire che l’economia britannica non funzionava senza stranieri. Solo che ora gli stranieri arrivano con più pratiche, più costi e meno spontaneità.
Nell’anno fino a dicembre 2025 l’immigrazione di lungo periodo nel Regno Unito è stata di 813.000 persone, in calo rispetto a 1.012.000 dell’anno precedente e sotto il picco di 1.469.000 registrato nell’anno fino a marzo 2023. L’emigrazione è stata di 642.000, quindi la migrazione netta è scesa a 171.000. Dei 813.000 ingressi, 627.000 erano cittadini non UE, 76.000 cittadini UE+ e 110.000 cittadini britannici. Tra i non UE, il 47% arrivava per studio, il 23% per lavoro, il 14% per asilo, il 7% per famiglia e il 6% per ragioni umanitarie. (Office for National Statistics)
La migrazione europea, invece, è diventata negativa: nell’anno fino a dicembre 2025 la migrazione netta UE+ era -42.000, negativa già dall’anno fino a giugno 2022. Il Migration Observatory stima che l’immigrazione UE sia diminuita di oltre 80% tra 2016 e 2025 e che tra metà 2021 e metà 2025 il numero di cittadini UE residenti nel Regno Unito sia calato cumulativamente di circa 162.000 per effetto dei flussi migratori. È il risultato più chiaro della Brexit: meno europei, non necessariamente meno immigrazione. (Migration Observatory)
Sul piano sociale, il Paese oggi assomiglia a qualcuno che ha fatto una scenata al ristorante, ha lasciato il tavolo, è uscito sotto la pioggia, si è accorto che il taxi costa troppo, che il telefono è quasi scarico e che dentro aveva lasciato l’ombrello, ma continua a dire “no no, benissimo così, volevo proprio prendere aria”. Secondo YouGov, a dieci anni dal referendum il 57% dei britannici ritiene che lasciare l’UE sia stato sbagliato, contro il 30% che lo considera giusto. Il 61% giudica Brexit un fallimento, contro appena il 12% che la considera un successo. Il 55% vorrebbe rientrare nell’UE, ma il dato scende al 35% se il rientro implicasse perdere i vecchi opt-out britannici, per esempio su euro e Schengen. In compenso, il 59% sostiene un rapporto più stretto con l’UE senza necessariamente rientrare. (YouGov)
Questa è la vera psicologia nazionale del dopo Brexit: molti si sono pentiti, ma non tutti vogliono dirlo nel modo più semplice. Non “abbiamo fatto una cagata pazzesca”, che sarebbe almeno liberatorio, quasi terapeutico; piuttosto “forse l’implementazione non è stata ottimale”, “forse ci serve una relazione più pragmatica”, “forse dobbiamo ridurre le frizioni”, “forse bisogna cooperare meglio”, cioè tutto il repertorio linguistico di chi ha capito di aver sbagliato ma vorrebbe che l’ammissione sembrasse una sofisticata revisione strategica e non una retromarcia con la freccia rotta.
La fiducia nelle istituzioni è precipitata. Il British Social Attitudes di NatCen ha rilevato che il 45% degli intervistati dice di non fidarsi “quasi mai” dei governi nel mettere l’interesse nazionale davanti al partito; il 58% dice di non fidarsi “quasi mai” dei politici quando dicono la verità; il 79% ritiene che il sistema di governo britannico abbia bisogno di “abbastanza” o “molto” miglioramento. Questa non è solo stanchezza politica. È il conto culturale di un decennio in cui il Paese ha promesso semplicità, ha prodotto complessità e poi ha chiesto ai cittadini di chiamarla maturità democratica. (National Centre for Social Research)
Naturalmente Brexit ha anche riaperto le crepe costituzionali. In Scozia, la domanda indipendentista è cambiata: non è più solo “Scozia dentro o fuori dal Regno Unito”, ma “Scozia dentro un Regno Unito fuori dall’UE o Scozia potenzialmente dentro l’UE”. Dopo le elezioni scozzesi del maggio 2026, i partiti pro-indipendenza detengono insieme 73 seggi su 129 nel Parlamento scozzese. In Irlanda del Nord, il Protocollo entrato in vigore il 1 gennaio 2021 e poi il Windsor Framework del 27 febbraio 2023 hanno cercato di risolvere il rompicapo creato da Brexit: evitare un confine fisico sull’isola d’Irlanda senza lasciare l’intero Regno Unito dentro le strutture europee. Il risultato è stato un compromesso complicato, con regole speciali, corsie verdi e rosse, controlli alleggeriti, eccezioni, tensioni unioniste e una quantità di ingegneria istituzionale che da sola basterebbe a smentire l’idea che Brexit fosse un atto di semplificazione. (Institute for Government)

E poi ci siamo noi italiani, o meglio: ci sono gli italiani nel Regno Unito, che meriterebbero un discorso serio e non la solita cartolina di Londra con skyline, Negroni, private members’ club e l’amico che “qui sì che le cose funzionano”. La comunità italiana è una storia importante, complessa, fatta di lavoro vero, sacrifici, famiglie, studenti, ricercatori, medici, camerieri diventati imprenditori, architetti, accademici, creativi, cuochi, consulenti, infermieri, professionisti e persone normali che hanno costruito una vita fuori senza trasformarla necessariamente in una posa. Ma accanto a questa comunità reale esiste anche la sua versione caricaturale: l’italiano londinese professionale, quello che, arrivato grazie alla libertà di movimento europea e al lavoro della moglie, da dieci anni vive di confronto permanente con l’Italia, non per capire due Paesi, ma per sentirsi superiore in entrambi.
È quello che continua a spiegare agli italiani in patria che “Londra resta Londra”, come se qualcuno lo negasse; che “in Italia non c’è futuro”, possibilmente detto durante una cena sponsorizzata da un brand italiano; che “qui almeno premiano il merito”, mentre passa metà del tempo in salotti tra italiani, a orbitare intorno a ristoratori, designer, fondatori, finanzieri, PR, direttori creativi e capitani vari, spesso non per costruire cultura, ma per lucidare relazioni, vendere marchette e sentirsi un piccolo cortigiano globale con casa a Kensington. Naturalmente non tutti: sarebbe ingiusto e stupido. Ma il fenomeno esiste, ed è ancora più irritante oggi, perché per difendere l’immagine della propria scelta personale alcuni continuano a vendere una Londra che non esiste più, o che esiste solo per chi ha abbastanza soldi da non doversi accorgere del resto.
I dati sulla comunità italiana raccontano altro, e sono molto più interessanti della mitologia da aperitivo. Dal 1 luglio 2021, gli italiani e i loro familiari che vogliono vivere nel Regno Unito devono avere uno status appropriato. Chi era residente entro il 31 dicembre 2020 poteva accedere all’EU Settlement Scheme; chi non ha fatto domanda entro il 30 giugno 2021 deve oggi giustificare una domanda tardiva. Fine della leggerezza europea: non si arriva più semplicemente con carta d’identità, valigia e presunzione di farcela. (Italian Embassy in London)
Al 31 marzo 2026, l’EU Settlement Scheme aveva ricevuto 8,878 milioni di domande e ne aveva concluse 8,766 milioni. Il governo britannico stima circa 6,4 milioni di individui richiedenti, di cui 5,8 milioni cittadini UE27, e circa 5,8 milioni di persone con status ottenuto: 4,52 milioni con settled status e 1,30 milioni con pre-settled status. Questo è il grande censimento amministrativo della Brexit: milioni di europei costretti a trasformare un diritto automatico in una pratica da conservare, aggiornare, dimostrare. (the3million)
Gli italiani sono stati tra i protagonisti di questa trasformazione. A settembre 2023, le domande EUSS di cittadini italiani erano 658.040, terzo gruppo nazionale dopo romeni e polacchi; 106.860 erano arrivate dopo la scadenza del 30 giugno 2021. Secondo il Migration Observatory, nel censimento 2021/22 i nati in Italia erano circa il 7% dei residenti nati nell’UE; poiché i nati nell’UE erano circa 4 milioni, significa grosso modo 280.000 persone nate in Italia. I titolari di passaporto italiano residenti nel Regno Unito erano circa 370.000, quarto gruppo UE dopo irlandesi, polacchi e romeni. (GOV.UK)
Ancora più rivelatore è il dato sulla cittadinanza britannica. Nell’anno fino a marzo 2026 sono state concesse 236.512 cittadinanze britanniche, di cui 58.838 a cittadini UE. Gli italiani erano il gruppo UE più numeroso, con 11.662 concessioni in dodici mesi. Questo significa che molti italiani non hanno semplicemente “resistito” a Brexit: hanno deciso di blindare la propria posizione, diventare più stabili, più britannici giuridicamente, forse meno europei nella pratica quotidiana del diritto. (GOV.UK)
Ed è proprio qui che la retorica degli italiani “più londinesi dei londinesi” diventa grottesca. Perché un conto è dire: ho scelto Londra, mi ha dato opportunità, ci ho costruito vita, carriera, relazioni, identità, e ne accetto anche il declino relativo. Questo è adulto. Un altro conto è continuare a vendere Londra come un luna park meritocratico e senza problemi, mentre affitti, visti, sanità, trasporti, disuguaglianze, burocrazia post-Brexit e costo della vita raccontano una storia molto meno instagrammabile. È la differenza tra amare un posto reale e difendere un brand personale.
La verità è che il Regno Unito resta un grande Paese. Londra resta una città straordinaria. Le università britanniche restano fortissime. La City resta centrale. La cultura, il teatro, l’editoria, il design, la musica, la ricerca e i servizi professionali continuano ad avere una qualità che l’Europa continentale spesso guarda con invidia. Ma proprio perché tutto questo è vero, non c’è bisogno di mentire sul resto. Non serve fingere che Brexit sia stata una genialata. Non serve raccontare che chi vive in Italia è rimasto nel Medioevo mentre chi beve un espresso mediocre a Shoreditch avrebbe capito il futuro. Non serve trasformare ogni critica al Regno Unito in una lesa maestà personale.
La critica più utile, oggi, non è “il Regno Unito è finito”. Non è finito. È troppo ricco, troppo importante, troppo creativo, troppo connesso per finire così. La critica utile è un’altra: il Regno Unito ha perso tempo, reputazione, accesso, fluidità e fiducia per inseguire un’idea infantile di libertà. Ha confuso indipendenza e isolamento selettivo. Ha scambiato la capacità di dire no con la capacità di ottenere risultati migliori. Ha pensato che la sovranità fosse una bacchetta magica, quando è solo uno strumento: se lo usi male, non diventi più libero, diventi solo più responsabile dei tuoi errori.
La parte propositiva, però, esiste. Il Regno Unito dovrebbe smettere di recitare il ruolo dell’ex che non vuole tornare insieme ma controlla ogni giorno le storie Instagram dell’Unione Europea. Dovrebbe costruire una relazione più stretta, pragmatica e adulta con il continente: meno ideologia, più accordi tecnici; meno tabù, più cooperazione su ricerca, giovani, mobilità, energia, difesa, standard, servizi professionali, cultura, università, commercio agroalimentare e catene industriali. Non serve necessariamente rientrare domani nell’UE, anche perché la politica britannica non è pronta e l’UE non ha alcun motivo di offrire il vecchio trattamento speciale come premio per dieci anni di teatro. Ma serve riconoscere che la geografia conta, che l’economia conta, che i vicini contano, e che l’Europa non era una prigione: era il contesto naturale in cui il Regno Unito poteva esercitare influenza.
E anche gli italiani dovrebbero fare un salto di maturità. Chi vive nel Regno Unito può continuare ad amarlo senza doverlo assolvere. Chi vive in Italia può criticare l’Italia senza dover mitizzare Londra. Chi fa informazione, eventi, pubbliche relazioni, cultura o business tra Italia e UK dovrebbe smettere di vendere la favoletta del “qui tutto funziona” e cominciare a raccontare una realtà più interessante: due Paesi diversi, entrambi pieni di difetti, entrambi pieni di opportunità, entrambi meno caricaturali di come li raccontano i provinciali di lusso.
Dieci anni dopo, Brexit resta il giorno in cui il Regno Unito disse “esco quando voglio”. Ed è uscito davvero. Solo che poi ha scoperto che uscire è facile, restare rilevanti è più difficile, e rientrare senza ammettere di aver sbagliato è l’arte diplomatica più complicata di tutte.
E... piccola nota personale. Il 24 giugno 2016 lanciammo ITALIANS Magazine... neanche a farlo di proposito. Il giorno dopo la Brexit ce ne uscivamo con un bel... ‘WHAT THE...’ su decine di bus londinesi e nelle edicole del Regno Unito.
10 anni dopo, siamo ancora vivi e vegeti. Da quell’esperienza nacque ITS ITALY con cui, ironia della sorte assistiamo tantissimi inglesi (tra gli altri) a venire a vivere in Italia... ITS Journal e... il resto è storia insomma.







