Borghi, piccoli comuni, aree interne: oltre la falsa scelta tra gentrificazione e abbandono
Cinque anni e mezzo dopo il dibattito sul ritorno alla campagna, possiamo forse dirci una cosa semplice: le aree interne italiane non hanno bisogno di una grande teoria unica, ma di migliaia di tentativi seri, osservati, corretti, sostenuti e messi alla prova dalla realtà.
Nelle mie ricerche e nei miei studi sul tema delle aree interne, dei piccoli comuni e dei processi di rigenerazione dei territori italiani, mi sono imbattuto in un articolo pubblicato il 30 novembre 2020 da Giulia De Cunto e Francesco Pasta, intitolato Italy’s “Countryside” Does Not Need Saving. Era un testo scritto in un momento molto particolare, quando la pandemia aveva improvvisamente reso fragili le certezze urbane e aveva riaperto, spesso in modo frettoloso, il grande discorso sul ritorno alla campagna, sul ripopolamento dei borghi, sul lavoro da remoto come soluzione miracolosa e sulla possibilità che le aree interne italiane potessero diventare il nuovo teatro di una vita più sana, più lenta, più autentica e più umana. L’articolo criticava, con argomenti tutt’altro che banali, la narrazione architettonica e mediatica di quel periodo, prendendo di mira l’idea che i borghi italiani fossero luoghi vuoti, sospesi, quasi in attesa di essere “adottati” o “salvati” da una nuova popolazione urbana, tecnologica, creativa e relativamente privilegiata.
È importante dirlo subito: su una parte della critica io concordo ancora oggi. Quella narrazione era spesso elitaria, cittadina, paternalistica e vagamente estetizzante. Guardava i paesi dall’esterno, li trasformava in scenari, li trattava come cartoline disponibili, come se la complessità di un territorio potesse essere risolta portando qualche smart worker, qualche architetto, qualche investimento culturale e una connessione internet decente. In questo senso, l’articolo coglieva un punto vero: non esiste una “campagna” astratta da salvare, esistono territori diversi, storie diverse, fragilità diverse, economie diverse, comunità diverse e gradi molto differenti di accessibilità, servizi, capitale sociale e possibilità di sviluppo.
Cinque anni e mezzo dopo, però, molte cose sono successe. Alcune previsioni si sono verificate, altre sono state smentite, altre ancora si sono semplicemente complicate. Il lavoro da remoto non ha distrutto le città, ma non è nemmeno sparito; nel 2025 gli ‘smart worker’ in Italia erano circa 3,575 milioni, secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, con un potenziale stimato molto più ampio, intorno ai 6,5 milioni di lavoratori che potrebbero svolgere da remoto almeno metà delle proprie attività. Allo stesso tempo, l’Istat ha chiarito che il lavoro da remoto riguarda soprattutto professioni qualificate e settori specifici, come informazione, comunicazione, finanza e assicurazioni, quindi non può essere trattato come una soluzione universalmente disponibile per qualunque persona, qualunque paese e qualunque economia locale.
Nel frattempo, il tema dei borghi e delle aree interne è entrato in modo massiccio anche nelle politiche pubbliche, a partire dal PNRR, con la misura “Attrattività dei borghi”, articolata in una Linea A da oltre 418 milioni per 21 progetti pilota, una Linea B da oltre 370 milioni per 294 comuni e ulteriori risorse per imprese e turismo delle radici. Anche qui, però, la realtà si è dimostrata più complicata della retorica: secondo Openpolis, al 30 novembre 2025 il Ministero della Cultura aveva speso il 27,4% delle risorse PNRR di propria competenza, mentre quasi tutti gli investimenti culturali avevano incontrato difficoltà attuative e revisioni più o meno marcate. Questo non significa che quei programmi siano inutili; significa, più banalmente e più seriamente, che tra l’annuncio di una strategia e la trasformazione reale di un territorio c’è una distanza enorme, fatta di amministrazioni sottodimensionate, tempi tecnici, progettazioni fragili, capacità locale, competenze, manutenzione e continuità.
Anche i numeri impongono prudenza. I piccoli comuni italiani sono circa 5.500, pari al 69% dei comuni del Paese, con poco più di 10 milioni di residenti, cioè circa il 17% della popolazione nazionale secondo ANCI. L’Istat, guardando ai comuni fino a 5.000 abitanti, conferma che essi rappresentano circa il 70% dei comuni italiani e ospitano il 16,4% della popolazione totale, ma aggiunge un dato decisivo: quasi sei su dieci perdono popolazione. Le aree interne, secondo la mappatura SNAI aggiornata al ciclo 2021-2027, comprendono oltre 4.000 comuni, pari al 48,5% del totale, e al 1° gennaio 2024 ospitavano circa 13,3 milioni di persone, circa un quarto della popolazione italiana; tra il 2014 e il 2024 la popolazione residente nelle aree interne è diminuita del 5%, con un declino ancora più forte nei comuni periferici e ultraperiferici.
Questi numeri dovrebbero bastare a renderci tutti più umili. Stiamo parlando di migliaia di casi, di una quota enorme del territorio e di una pluralità di condizioni che non possono essere ridotte né alla favola del borgo da ripopolare con i creativi urbani, né alla favola opposta del villaggio autentico che si salva solo se rimane povero, comunitario, agricolo, militante e sospettoso verso ogni forma di mercato. Ed è qui che, secondo me, l’articolo del 2020, pur vedendo bene una parte del problema, rischiava di cadere nell’errore speculare rispetto a quello che criticava.
Perché se è vero che le aree interne non hanno bisogno di essere salvate dall’alto, è altrettanto vero che non possono essere salvate nemmeno dal pauperismo. La povertà non è autenticità. L’abbandono non è tutela. Una casa vuota non è più “giusta” di una casa ristrutturata solo perché non è stata comprata da un nuovo arrivato. Un paese che perde giovani, servizi, scuole, artigiani, negozi, medici, uffici postali e manutenzione ordinaria non diventa più puro perché non viene contaminato da capitali esterni. Diventa semplicemente più fragile.
Il riutilizzo di certi luoghi non deve farci paura. Deve semmai farci fare domande migliori. Chi riusa? Per farne cosa? Con quali effetti? Con quali ricadute locali? Con quale rapporto con chi già abita il territorio? Con quale modello economico? Con quale durata? Con quale capacità di generare lavoro, servizi, manutenzione, reputazione e relazioni? Una seconda casa può essere sterile, certo, ma può anche essere meglio di una rovina. Un investimento immobiliare può essere predatorio, certo, ma può anche riattivare filiere locali. Un boutique hotel può trasformare un paese in scenografia, ma può anche creare occupazione, domanda di prodotti locali, cura del patrimonio e visibilità. Un lavoratore in remoto può essere un turista lungo e distratto, ma può anche diventare residente, genitore, contribuente, volontario, cliente del bar, utente della scuola, acquirente della bottega, parte di una rete.
La distinzione vera, dunque, non è tra pubblico e privato, tra locale e straniero, tra comunità e mercato, tra abitante storico e nuovo arrivato. La distinzione vera è tra uso estrattivo e uso generativo. È estrattivo ciò che prende valore da un luogo senza restituire nulla, ciò che consuma immagine senza creare legami, ciò che alza i prezzi senza aumentare le opportunità, ciò che trasforma i residenti in comparse e la cultura locale in decorazione. È generativo, invece, ciò che rimette in circolo immobili, competenze, lavoro, relazioni, cura, servizi, domanda, fiscalità, manutenzione e possibilità di futuro.
La posizione più seria, allora, non è dire che i borghi devono essere salvati dagli architetti, dagli investitori, dagli stranieri, dai nomadi digitali o dai fondi pubblici. Ma non è nemmeno dire che devono essere protetti da tutto questo come se qualunque trasformazione fosse una violenza. La posizione più seria è accettare che le aree interne italiane hanno bisogno di molti strumenti, non di una sola ideologia. Hanno bisogno di accoglienza, in alcuni casi. Di agricoltura, in altri. Di turismo, in altri ancora. Di manifattura leggera, formazione, coworking, case accessibili, residenzialità per anziani, scuole migliori, trasporti più intelligenti, banda larga, incentivi fiscali, microcredito, semplificazione edilizia, progetti culturali, rigenerazione immobiliare, nuovi residenti, ritorni familiari, pensionati stranieri, giovani imprese, amministratori capaci, cittadini pazienti e investitori meno arroganti.
Forse l’errore che facciamo tutti, da prospettive opposte, è proprio cercare “la” soluzione. La soluzione dei borghi. La soluzione delle aree interne. La soluzione dello smart working. La soluzione dell’accoglienza. La soluzione del turismo lento. La soluzione del PNRR. La soluzione delle comunità energetiche. La soluzione dei cammini. La soluzione degli stranieri che comprano casa. La soluzione delle cooperative di comunità. Ma quando parliamo di circa 5.500 piccoli comuni e di oltre 4.000 comuni classificati come aree interne, l’idea stessa di una soluzione unica diventa non solo ingenua, ma forse persino presuntuosa.
Quello che serve è un metodo più che una formula. Osservare quello che funziona. Capire perché funziona lì e non altrove. Sostenere i tentativi seri. Lasciare morire quelli puramente retorici. Accettare che alcuni esperimenti saranno bellissimi ma non replicabili, altri saranno ideologicamente affascinanti ma economicamente deboli, altri ancora saranno meno poetici ma molto più utili. Accettare anche che ci saranno investimenti privati buoni e investimenti privati cattivi, progetti pubblici intelligenti e progetti pubblici velleitari, nuovi abitanti rispettosi e nuovi abitanti insopportabili, amministrazioni illuminate e amministrazioni incapaci, comunità accoglienti e comunità chiuse.
L’esperienza concreta di questi anni, anche attraverso il lavoro di ITS ITALY in diversi piccoli comuni e territori italiani, mi ha insegnato soprattutto questo: ogni luogo parte da una combinazione diversa di patrimonio, accessibilità, servizi, immaginario, prezzi, amministrazione, comunità, mercato immobiliare, qualità edilizia, distanza dagli aeroporti, rapporto con il turismo, presenza di scuole, sanità, trasporti, imprese, reti locali e capitale umano. Due paesi apparentemente simili possono avere destini opposti. Uno può funzionare perché ha un sindaco capace, un artigiano ancora attivo, una scuola viva e una comunità aperta. Un altro può bloccarsi perché ha immobili frammentati tra eredi, sfiducia locale, burocrazia lenta, assenza di servizi e conflitti sotterranei che nessun rendering può raccontare.
Per questo guardo con diffidenza sia la retorica urbana del “venite nei borghi e salveremo l’Italia”, sia la retorica opposta del “lasciate stare questi luoghi, solo le pratiche dal basso sono legittime”. La prima è spesso superficiale, la seconda rischia di essere paralizzante. La prima trasforma i territori in prodotto, la seconda talvolta li trasforma in santuario. Ma un paese non è un prodotto e non è un santuario. È un organismo fragile, imperfetto, vivo o morente, fatto di persone, case, soldi, memorie, bisogni, frustrazioni, desideri, proprietà private, spazi pubblici, vincoli, occasioni e compromessi.
Il contrario della gentrificazione non può essere l’abbandono. E il contrario dell’élitismo urbano non può essere il culto della marginalità. Questa, forse, è la frase che sintetizza meglio la questione. Perché se ogni arrivo esterno viene letto come colonizzazione, se ogni ristrutturazione viene letta come estetizzazione, se ogni investimento viene letto come appropriazione e se ogni desiderabilità viene letta come branding, allora il risultato pratico non sarà una maggiore giustizia territoriale, ma una più raffinata giustificazione dell’immobilità.
Naturalmente bisogna evitare l’ingenuità opposta. Non tutti i riusi sono buoni. Non tutti gli investitori sono utili. Non tutti i progetti di rigenerazione generano davvero comunità. Non tutti i borghi devono diventare destinazioni. Non tutti i piccoli comuni possono o devono crescere. Alcuni territori forse dovranno essere accompagnati verso forme diverse di presidio, più leggere, più stagionali, più realistiche. Parlare seriamente di aree interne significa anche accettare che non tutto è reversibile, non tutto è scalabile, non tutto è economicamente sostenibile e non ogni paese potrà tornare ad avere la popolazione, i servizi e la vitalità di cinquant’anni fa.
Ma proprio per questo serve meno ideologia e più intelligenza pratica. Servono strumenti capaci di distinguere tra un paese che può attrarre nuovi residenti e uno che può lavorare meglio sulla residenzialità temporanea; tra un borgo che può diventare destinazione e uno che deve rafforzare prima i servizi minimi; tra un territorio che ha bisogno di turismo e uno che ne ha già troppo; tra un centro storico che va abitato e uno che va prima messo in sicurezza; tra una comunità che può accogliere nuovi abitanti e una che deve essere accompagnata a farlo; tra un progetto che nasce da una visione reale e uno che nasce solo perché esiste un bando.
A distanza di cinque anni e mezzo, quindi, rileggerei quell’articolo non per respingerlo, ma per completarlo. Sì, le aree interne italiane non hanno bisogno di essere salvate da chi le guarda come cartoline vuote. Sì, la retorica del ritorno alla campagna può essere elitaria, superficiale e persino estrattiva. Sì, la tecnologia da sola non basta. Sì, senza comunità, servizi e diritti non c’è rigenerazione vera. Ma no, non possiamo permetterci di trasformare ogni forma di riuso, investimento, desiderabilità o arrivo esterno in una minaccia. No, non possiamo confondere la povertà con l’autenticità. No, non possiamo pensare che l’unica rigenerazione moralmente accettabile sia quella povera, militante, agricola o anti-mercato.
La rigenerazione dei territori italiani non sarà una teoria elegante. Sarà una somma disordinata di tentativi. Alcuni riusciti, altri falliti. Alcuni pubblici, altri privati. Alcuni comunitari, altri imprenditoriali. Alcuni locali, altri portati da fuori. Alcuni replicabili, altri no. La sfida non è scegliere una volta per tutte quale modello sia ideologicamente puro. La sfida è imparare a riconoscere, sostenere e correggere ciò che produce vita reale.
Perché questi luoghi non hanno bisogno di essere salvati come oggetti fragili da museo. Hanno bisogno di essere presi sul serio. E prendere sul serio un luogo significa anche permettergli di cambiare, di essere usato, abitato, trasformato, desiderato, comprato, venduto, restaurato, discusso, criticato e rimesso in circolo. Con attenzione, certo. Con regole, sicuramente. Con rispetto, sempre. Ma senza paura della vita.



