Borghi che diventano resort. E piccoli comuni che provano ancora a restare vivi.
Il Sole 24 Ore (Paola Dezza) racconta la trasformazione di borghi abbandonati in destinazioni turistiche e immobiliari di fascia alta. È una strada, spesso bellissima e necessaria. Ma...

Ma è una storia diversa da quella delle migliaia di piccoli comuni italiani ancora abitati, dove la sfida non è salvare una scenografia: è trovare un nuovo modo di vivere, abitare e investire.
Ho letto con interesse l’articolo pubblicato oggi dal Sole 24 Ore, a cura di Paola Dezza, dedicato ai borghi italiani che rinascono come “ecosistemi” grazie ai capitali privati: Castelfalfi, Il Borro, Castiglion del Bosco, Monteverdi, Sextantio, Monaci delle Terre Nere, Antognolla (ne potrei citare altri 50 o 100 visto che ormai è il mio lavoro quotidiano da quasi 20 anni!),
Il punto di partenza è corretto: molti luoghi che avevano ormai perso la propria funzione originaria sono stati recuperati attraverso operazioni che mettono insieme ospitalità, immobiliare, agricoltura, ristorazione, wellness, eventi e, naturalmente, una quantità non trascurabile di capitale privato. Conosco particolarmente bene Castelfalfi: una quindicina d’anni fa - cominciano ormai a essere abbastanza da permettermi di perdere il conto - collaborai anche alla raccolta di capitali per TUI intorno a quel progetto. E proprio per questo partirei da lì per fare una distinzione che continuiamo a evitare quando parliamo di “rinascita dei borghi”.
Ben venga Castelfalfi. Davvero. Prendere un luogo ormai in larga parte svuotato della propria funzione originaria, restaurarlo, salvare edifici, paesaggio e patrimonio e trasformarlo in una destinazione internazionale di fascia alta è un’operazione perfettamente legittima e, in molti casi, straordinaria. Si salvano i muri, si evita che il patrimonio finisca in rovina, si investono capitali enormi, si crea lavoro, si mantiene un territorio e si costruisce una nuova economia. Il Borro è bellissimo, Castiglion del Bosco pure, Castelfalfi è impressionante. Sextantio ha avuto il merito, tra i primi, di mostrare che persino l’abbandono poteva diventare materia progettuale invece che soltanto materia da convegno.
Non ho quindi alcun problema con il fatto che una casa che nessuno voleva più possa diventare una suite da centinaia o migliaia di euro a notte - ci sono anche i talebani dei borghi che si oppongono a questi scenari. Se l’alternativa è una porta murata, un tetto che crolla e altri trent’anni di fotografie nostalgiche accompagnate dalla parola “spopolamento”, scelgo abbastanza serenamente la suite. Il punto è un altro: quello che nasce in questi casi è soprattutto un prodotto turistico e immobiliare privato costruito dentro la forma fisica di un antico borgo. Non è una critica. È una definizione. Quel luogo viene rigenerato, ma per una funzione nuova, largamente privata e spesso accessibile a una fascia economica molto diversa da quella che lo abitava originariamente.
E va benissimo anche questo. Alcuni luoghi sono morti, altri stanno morendo e non tutti possono essere resuscitati nella forma che avevano cento o anche soltanto cinquant’anni fa. Una frazione rurale nata quando servivano cento braccia per coltivare ciò che oggi ne richiede cinque non tornerà magicamente a cento famiglie perché abbiamo installato la fibra e organizzato una sagra. Se la nuova funzione possibile è turistica, ben venga il turismo. Se diventa un resort, non vedo perché dovremmo scandalizzarci per principio.
Eviterei anche il riflesso automatico della “gentrificazione” applicato a qualsiasi recupero immobiliare. La gentrificazione è un problema serio quando il capitale espelle una comunità esistente. Diventa una categoria piuttosto strana quando la comunità non c’è praticamente più e il capitale arriva dopo che residenti, servizi, botteghe e attività hanno già abbandonato il luogo da decenni. Non puoi espellere chi non c’è. Puoi certamente privatizzare uno spazio, puoi cambiarne l’accessibilità economica, puoi trasformarne la funzione: sono questioni che meritano discussione. Ma lasciare venti edifici vuoti a marcire non è automaticamente una forma più evoluta di giustizia sociale.
Dove invece comincio ad avere qualche difficoltà è quando mettiamo nello stesso grande contenitore semantico chiamato “borghi” fenomeni completamente diversi. Noi cittadini, va detto, abbiamo sviluppato una curiosa passione per questa parola. “Borgo” suona bene, è rassicurante, sa di pietra, pane cotto a legna, nonne che purtroppo non ci sono più e bambini che, secondo quasi tutti i comunicati stampa, dovrebbero tornare presto a correre nei vicoli. Amiamo moltissimo i borghi, possibilmente il sabato e la domenica, e li guardiamo spesso con quella dose di romanticismo e anche un po’ di paternalismo - o maternalismo, per par condicio - con cui immaginiamo che ogni paese debba conservare per sempre la funzione che aveva nel nostro immaginario.
Ma accanto ai borghi trasformati in destinazioni esiste un’Italia molto meno fotografata e, a mio avviso, molto più interessante: quella dei piccoli comuni ancora vivi. Paesi con centinaia o poche migliaia di abitanti, con un sindaco, magari una scuola, un bar, qualche attività economica, anziani che resistono, giovani che se ne sono andati e qualcuno che prova a tornare. Luoghi che non sono scenografie in attesa di un investitore. Sono comunità fragili, certamente, ma ancora comunità. Ed è lì che il problema cambia completamente.
Questi territori non devono necessariamente diventare Castelfalfi e probabilmente sarebbe persino un errore se provassero a farlo. Devono riuscire a diventare luoghi contemporanei nei quali sia possibile vivere in modi diversi da quelli del Novecento. Il turismo fa parte dell’equazione, ma non può essere l’intera equazione. Se continuiamo a pensare che il destino di ogni piccolo comune italiano sia trovare più turisti, finiremo semplicemente per distribuire qualche visitatore in più in territori che continueranno comunque a perdere abitanti, servizi ed economia quotidiana.
La parte interessante, oggi, è molto più ibrida: seconde case utilizzate davvero, residenze temporanee, persone che vivono tra due o tre luoghi durante l’anno, lavoratori indipendenti, professionisti internazionali, piccoli imprenditori, pensionati attivi, famiglie che non cercano necessariamente la città per dodici mesi l’anno. Persone che possono diventare abitanti senza coincidere con l’idea amministrativa novecentesca del residente fisso. Una sorta di cittadinanza a geometria variabile: persone che magari trascorrono quattro mesi in Toscana, tre a Londra, due altrove e poi tornano. Non sono turisti nel senso tradizionale, perché consumano servizi, sistemano case, pagano professionisti, frequentano negozi, costruiscono relazioni, invitano altre persone, investono e, qualche volta, aprono attività.
Questo, a mio avviso, è uno dei pezzi che manca nel modo in cui continuiamo a discutere dei piccoli comuni. Ragioniamo ancora quasi esclusivamente in due categorie: residente o turista. Il mondo nel frattempo è diventato parecchio più complicato e, per una volta, questa potrebbe essere una buona notizia. Perché la risorsa che manca ai piccoli comuni non sono quasi mai gli immobili. Di immobili ce ne sono fin troppi: vuoti, sottoutilizzati, ereditati da cinque cugini che vivono in quattro città diverse, chiusi da vent’anni, offerti a prezzi apparentemente bassissimi e spesso gravati da costi di recupero che rendono quel prezzo iniziale quasi irrilevante.
Le case a un euro hanno prodotto ottimi titoli di giornale, ma il problema non è mai stato trovare un muro da un euro. È capire perché qualcuno dovrebbe investirne centomila dentro quel muro. E soprattutto che cosa trova una volta uscito dalla porta: servizi, relazioni, accessibilità, amministrazioni capaci di accompagnare un investimento, una comunità disposta almeno a discutere con chi arriva, una prospettiva ragionevole che quel luogo possa avere ancora una funzione tra dieci o vent’anni.
La vera infrastruttura necessaria, prima ancora della fibra, è la fiducia. Fiducia che quel luogo possa avere un futuro, che sia raggiungibile, che abbia servizi minimi, che sia possibile restaurare una casa senza trasformare l’operazione in un percorso iniziatico tra uffici, che chi arriva non venga considerato automaticamente un invasore, che chi vende abbia aspettative compatibili con il mercato reale e che l’amministrazione abbia almeno un’idea abbastanza chiara di ciò che vorrebbe diventare.
E qui arriviamo alla parte meno romantica: senza privati, difficilmente succederà molto. Possiamo raccontarcela diversamente, naturalmente. Possiamo organizzare altri convegni sulla rinascita delle aree interne, produrre rendering, inaugurare tavoli, osservatori, cabine di regia e progetti pilota. Ma un territorio torna economicamente vivo quando qualcuno rischia del proprio: compra una casa, apre una struttura, riattiva un fondo, finanzia un’impresa, porta clienti, recupera un edificio, assume qualcuno, crea domanda. Il pubblico può e dovrebbe costruire le condizioni; il privato costruisce spesso il motivo per cui quelle condizioni vengono utilizzate.
Questo non significa consegnare i piccoli comuni alla speculazione - c’è chi arriva a sostenere questo - , ma costruire finalmente un rapporto adulto tra amministrazioni, comunità e capitale privato, nel quale ciascuno abbia qualcosa da guadagnare e qualcosa da mettere sul tavolo. Il problema è che questo incontro è difficile. Da Roma i piccoli comuni vengono ancora troppo spesso trattati come una categoria assistenziale: territori da proteggere, finanziare, compensare. Localmente accade talvolta l’opposto ma con lo stesso risultato: dopo decenni di perdita di abitanti, attività e promesse mancate, alcune comunità finiscono comprensibilmente per chiudersi a riccio. Chi arriva da fuori viene osservato con sospetto, il cambiamento diventa una minaccia e ogni iniziativa viene letta innanzitutto per ciò che potrebbe togliere, molto meno per ciò che potrebbe generare.
È umano. Ma può diventare letale. Un paese può morire anche difendendosi perfettamente.
Ed è forse questa la domanda che dovremmo porci: che cosa stiamo cercando davvero di salvare? I muri? La popolazione esatta che c’era nel 1951? Un’immagine idealizzata della vita di paese? Oppure la possibilità che quel luogo continui ad avere una funzione nel XXI secolo? Io sceglierei l’ultima. E quella funzione potrà essere diversa da luogo a luogo. Un nucleo completamente abbandonato potrà diventare un albergo. Un altro potrà diventare un resort. Un piccolo comune ancora vivo potrà attrarre nuovi residenti temporanei e permanenti. Un altro potrà costruire una microeconomia fatta di agricoltura, turismo, lavoro remoto, seconde case, servizi e piccole attività. Qualcuno non ce la farà e dovremmo avere anche il coraggio di dirlo: non esiste alcuna legge secondo cui ogni nucleo abitato debba tornare ai suoi massimi demografici.
Quelli che possono avere un futuro, però, meritano qualcosa di meglio della scelta fra abbandono e resort a cinque stelle. Ed è qui che, per quanto mi riguarda, sta la vera opportunità: non aspettare necessariamente il miliardario che compra mille ettari, ma costruire meccanismi nei quali decine o centinaia di piccoli capitali privati possano trovare conveniente recuperare un patrimonio diffuso. Una casa alla volta, un’attività alla volta, una famiglia alla volta, un nuovo abitante - anche temporaneo - alla volta.
È meno spettacolare. Non viene altrettanto bene nella fotografia aerea con il campo da golf e la piscina perfettamente inserita nel paesaggio. Probabilmente non merita l’articolone che sbrodola nomi di luoghi fighissimi. Ma può produrre qualcosa che un resort, per sua natura, difficilmente produce: un paese che continua a essere un paese.
L’articolo del Sole 24 Ore racconta quindi una storia vera, interessante e anche importante: quella dei borghi (o dimore storiche o…) trasformati in destinazioni. Tra l’altro è un tema, questo, che è stato trattato nell’ultimo evento con il mondo dell’hospitality di altissima fascia organizzato da Medelhan e che ho avuto l’onore di moderare - mi riferisco all’Hospitality Club International Summit. Lavorando ogni giorno intorno a questi stessi territori, vedo però anche un’altra storia possibile (non alternativa). È quella dei piccoli comuni che non sono ancora morti e che forse non hanno alcun bisogno di essere resuscitati. Hanno bisogno che smettiamo di celebrarli mentre lentamente scompaiono, che accettiamo nuovi modi di abitarli, che lasciamo entrare persone, idee e capitali, che il pubblico faccia il pubblico e che il privato possa fare il privato.
E soprattutto che rinunciamo alla convinzione un po’ arrogante secondo cui amare un luogo significhi obbligarlo a restare uguale a come lo ricordiamo.
Un luogo vivo cambia. È una delle differenze fondamentali fra un paese e una scenografia - e molti di questi resort citati sono meravigliose e costose scenografie di un’opera in cui l’Italia è autrice, comparsa, ma quasi mai protagonista.



