C’è un momento in cui, ogni volta che si parla di borghi, piccoli comuni, case vuote e futuro dei territori, mi viene un leggero prurito ‘scientifico’. Non un’allergia: il dibattito serve, gli eventi servono, le misure pubbliche servono, persino i convegni con il caffè solubile tiepido servono. Però a una condizione: smettiamo di usare parole diverse come se descrivessero la stessa cosa.
Rigenerazione. Ripopolamento. Riqualificazione. Riuso. Rivitalizzazione. Sviluppo locale. Turismo. Comunità. Attrattività. Case a un euro. Remote working. Smart working. South working. Qualcosa working. Nomadi digitali. Expat. Nuovi residenti.
Tutto insieme, mescolato in un unico frullato retorico. E alla fine basta una facciata ridipinta, una casa venduta a uno straniero o un fine settimana ben frequentato per dichiarare “rigenerato” un paese che magari, nel frattempo, continua a perdere residenti, servizi, bambini e attività economiche.
Il mio non è cinismo o reazione isterica. È il contrario: è rispetto per i luoghi e per le persone che ci vivono.
Il nome delle cose, prima dei comunicati stampa
Partiamo da una banalità che banalità non è: il ripopolamento è un fatto demografico. Vuol dire che aumentano stabilmente i residenti abituali. Non i proprietari di seconde case. Non i turisti. Non le persone che arrivano per tre mesi, nemmeno se lavorano al computer con vista sulle colline e producono ottime stories su Instagram.
Sono fenomeni che possono essere utili, persino molto utili. Ma sono fenomeni diversi.
Il riuso è una casa, un negozio, un ex edificio pubblico che torna a vivere con una nuova funzione.
La riqualificazione è il miglioramento fisico o funzionale di uno spazio.
La riattivazione è il ritorno in uso di qualcosa che era fermo.
La rivitalizzazione riguarda l’aumento di attività, frequentazione, servizi e vita economica.
Lo sviluppo locale è un concetto ancora più ambizioso: lavoro, redditi, capacità imprenditoriale, servizi, tenuta nel tempo.
La rigenerazione territoriale, se vogliamo usare il termine con un minimo di serietà, è un’altra cosa ancora. È un processo integrato: patrimonio, economia, comunità, servizi, accessibilità, ambiente, abitare. Non è una ristrutturazione, non è una vendita, non è un post virale. E non è automaticamente ripopolamento.
Può contribuire a renderlo possibile, certo. Ma “può contribuire” è una frase meno sexy di “abbiamo salvato il borgo”. E proprio per questo è di solito più vera.
Tutto serve. Ma non tutto prova la stessa cosa
Nelle kermesse dedicate ai borghi (mio Dio quanto mi odio ad usare questo termine) - locali, romane, nazionali, finanziate, autofinanziate, con sigle PNRR o senza - si sente spesso parlare di ogni iniziativa come se producesse lo stesso identico effetto.
Non è così.
Un festival può aumentare la notorietà del luogo e portare presenze. Un incentivo alla ristrutturazione può rimettere in circolo immobili abbandonati. Una casa a un euro può generare attenzione mediatica e attirare investitori. Un albergo diffuso può creare economia turistica. Il lavoro da remoto può allungare la stagione e fare arrivare persone nuove. Un’impresa locale può stabilizzare famiglie. Una scuola che resta aperta può fare più di molte campagne di marketing territoriale.
Sono tutte cose utili. Ma hanno orizzonti, costi, destinatari e risultati differenti. Confonderli non aiuta nessuno: né chi amministra, né chi investe, né chi vive in quei luoghi, né chi vorrebbe andarci a vivere davvero.
Il problema non è avere ambizione. Il problema è chiamare “ripopolamento” ciò che è presenza temporanea; “rigenerazione” ciò che è sola manutenzione; “sviluppo” ciò che è un picco di attenzione; “comunità” ciò che è una mailing list.
Il privato non deve vergognarsi di avere un interesse
Cerco a questo punto di spiegare cosa, con ITS ITALY, proviamo a fare dal 2020 (come evoluzione di un percorso che viene da diversi anni prima).
Noi non partiamo dall’idea, piuttosto diffusa, che l’intervento privato debba travestirsi da beneficenza per essere accettabile. Un investitore, un proprietario, un’impresa, un professionista possono avere un beneficio privato. Non c’è nulla di osceno nel voler generare un margine, valorizzare un immobile, costruire un’attività sostenibile o rendere remunerativo un progetto.
Anzi: se un progetto deve vivere nel tempo, ignorare la sua sostenibilità economica è spesso il modo più rapido per condannarlo a dipendere da bandi, contributi, cortesie distribuite, proroghe e fotografie con il nastro da tagliare.
Il punto, semmai, è un altro: il beneficio privato deve essere compatibile con un beneficio comune, misurabile e concreto.
Se recupero una casa e la rendo abitabile, posso valorizzare un mio bene e allo stesso tempo rimettere in uso un pezzo di patrimonio. Se quel recupero attiva lavoro locale, acquisti sul territorio, servizi, nuove permanenze e rapporti con la comunità, l’effetto può andare oltre l’immobile. Se invece il risultato è soltanto un’abitazione più bella da usare per qualche settimana all’anno, va benissimo dirlo. È comunque un risultato. Ma non chiamiamolo ciò che non è.
Pubblico e privato: collaborare, non dipendere
La rigenerazione territoriale che proviamo a praticare è, in questo senso, un lavoro privato che cerca il confronto con il pubblico senza mettersi in attesa che il pubblico faccia tutto.
Alle amministrazioni chiediamo di fare bene il loro mestiere: regole chiare, tempi comprensibili, servizi essenziali, manutenzione, capacità di ascolto, una visione non limitata al prossimo comunicato. Non chiediamo che sostituiscano il mercato, né che finanzino ogni singola iniziativa privata.
E non costruiamo modelli che possano sopravvivere soltanto grazie a soldi pubblici.
Questo non significa essere contro il pubblico. Significa prenderlo sul serio. Un Comune non è un bancomat né un ufficio marketing immobiliare; un privato non è automaticamente uno speculatore; una comunità non è il pubblico di una presentazione. Se ciascuno fa la propria parte e accetta di misurare gli effetti, le agende pubbliche e private possono coincidere molto più spesso di quanto il dibattito ideologico lasci intendere.
Non sempre. Non automaticamente. Ma abbastanza spesso da meritare di provarci.
Le evidenze prima delle etichette
La vecchia scuola, forse, ha questo pregio: prima di appiccicarsi un’etichetta, chiede che cosa si stia effettivamente cercando di fare.
Vogliamo aumentare i residenti? Misuriamo residenti, età, famiglie, iscrizioni scolastiche, tenuta dei servizi.
Vogliamo rimettere in uso patrimonio vuoto? Misuriamo immobili recuperati, abitazioni effettivamente utilizzate, investimenti, tempi e qualità dell’intervento.
Vogliamo creare economia? Guardiamo lavoro, imprese, redditi, spesa locale, durata delle attività.
Vogliamo una comunità più viva? Osserviamo servizi, associazioni, frequentazione, capacità di restare e non solo di arrivare.
Poi, se i dati dicono che siamo riusciti a fare qualcosa, lo raccontiamo. Se dicono che l’effetto è più limitato di quanto sperassimo, lo raccontiamo ugualmente. Non perché sia elegante autocriticarsi, ma perché i territori non hanno bisogno dell’ennesima narrazione consolatoria.
Hanno bisogno di persone che investano, amministrazioni che funzionino, comunità che partecipino e progetti capaci di stare in piedi senza confondere un weekend pieno con un futuro costruito.
ITS Italy prova a fare rigenerazione territoriale in questo senso: interventi privati, dialogo serio con il pubblico, collaborazione con chi vive nei luoghi, sostenibilità economica senza vergogna e impatto sociale da dimostrare, non da declamare. Per questo, con Nomag Media ci siamo presi la briga di misurare le cose e di fare un po’ di raccolta dati e ricerca, senza pretendere di raccontare verità assolute, ma fotografie istantenee.
Sono paroloni, sì. Ma i paroloni, ogni tanto, possono anche tornare utili. Basta ricordarsi che prima vengono i fatti. E che non basta cambiare il nome a una cosa per cambiarne l’effetto.
E, sarò cattivo, se volete capire perché non adoro le kermesse romane godetevi gli ultimi minuti delle oltre 4 ore di video.
In particolare il momento della foto… se non ti fai la fotina ricordo, non esisti. Siamo una squadra fortissimi, come dice la conduttrice, sembra di stare nella Champions League. 🤦🏻





