Basta funerali ai “talenti in fuga”: chi parte non è perso - e chi resta non è di serie B.
Esco quando voglio - Edizione 'bonus'
Ogni anno l’Italia si rimette l’abito da vedova davanti ai dati sull’emigrazione qualificata. Ma continuare a raccontare chi parte come un lutto nazionale è il modo più pigro per non capire nulla: non delle persone, non del lavoro, non dei territori, non di quello che succede dopo.
C’è un genere giornalistico che in Italia non passa mai di moda: il necrologio morale dei “talenti in fuga”. Escono i dati, partono le facce contrite, si riapre il rosario delle frasi fatte, e puntuale arriva la litania: li abbiamo persi, i migliori se ne vanno, il Paese non sa trattenerli, poveri noi. È un copione così stanco che ormai non fotografa più il fenomeno: fotografa solo l’incapacità di raccontarlo.
L’ultimo giro di giostra è quello rilanciato da Largo Consumo, che riprende un articolo pubblicato il 17 marzo 2026 da una ‘vecchia conoscenza’ e lo sintetizza, su LinkedIn, nella forma ormai canonica dell’“emorragia di talenti”. I numeri citati sono reali e vanno presi sul serio: secondo Istat, nel 2023 i laureati trasferiti all’estero sono aumentati del 21%; nel decennio 2014-2023 hanno lasciato l’Italia 367.000 giovani tra i 25 e i 34 anni, di cui 147.000 laureati, a fronte di 113.000 rientri e di un saldo negativo di circa 97.000 laureati. In giro ci sono anche dati più recenti, ma il contenuto cambia poco. L’articolo di Largo Consumo attribuisce inoltre a una recente indagine Ipsos il compito di spiegare le ragioni che spingono gli under 30 a partire o restare.
Benissimo. Partiamo dai dati, non dalle nenie. Ma proprio qui comincia il problema: i dati andrebbero non solo studiati, non usati come fondale emotivo per la solita sceneggiatura nazionale, ma spiegati nella loro interezza. Lo statistico raccoglie e rappresenta, ma ai media l’onore e onore di spiegarli. Perché chi parte non è un disperso. Non è un caduto. Non è un figlio smarrito nel bosco. E soprattutto non è automaticamente un eroe o un genio. Questa ossessione italiana per la parola “talento” (o “cervelli”) ha fatto più danni di quanto sembri: trasforma persone normali con progetti di vita normali in figurine da melodramma civile. O geni traditi. O traditori ingrati. In entrambi i casi, un racconto, parziale se non tossico e infantile.
La verità è più semplice e molto meno teatrale. Si parte per vivere meglio, per costruire un lavoro più coerente, per fare esperienza, per crescere, per respirare, per guadagnare di più, per innamorarsi, per mettere su famiglia, per uscire da una provincia mentale oltre che geografica. Si parte perché nella vita adulta il movimento è una forma di libertà. E chiunque abbia vissuto davvero fuori dall’Italia per anni lo sa benissimo: non c’è niente di epico, e neppure di scandaloso. C’è spesso fatica, adattamento, solitudine, burocrazia, sacrificio. Ma c’è anche sviluppo personale, professionale, culturale. In molti casi, c’è persino una possibilità più concreta di diventare adulti.
È anche per questo che continuo a trovare insopportabile il linguaggio da “fuga dei cervelli”, soprattutto quando viene usato in automatico da chi sembra guardare al fenomeno solo dal bordo del marciapiede. Ne ho parlato anche altrove, compresa la conversazione intorno al libro “Crescere expat. Famiglie italiane in giro per il mondo” di Eleonora Voltolina, appena uscito (spoiler alert: a breve pubblichiamo l’intervista), che già dal titolo sposta l’attenzione su un punto molto più maturo: fuori dall’Italia non si va solo a “performare”, si va anche a vivere, a educare figli, a misurarsi con sistemi diversi, a capire cosa funziona e cosa no. Il libro raccoglie gli esiti di una ricerca su oltre 1.200 questionari compilati da genitori italiani in 50 Paesi.
Ecco perché raccontare soltanto la partenza è una forma di analfabetismo narrativo. Vuol dire fermarsi alla stazione e fingere che il viaggio non esista. Il 50% più interessante della storia comincia dopo: cosa fanno all’estero? In quali settori crescono? Come cambiano le loro aspettative? Quali servizi trovano? Quali ostacoli incontrano? Cosa li farebbe rientrare? E soprattutto: perché alcuni non rientrano ancora? Se continuiamo a parlare di espatrio come di una sparizione, ci precludiamo esattamente ciò che dovremmo capire.
Il punto, infatti, non è “recuperare” chi parte, come se fosse un materiale disperso dal magazzino nazionale. Il punto è molto più serio.
Primo: come valorizzare chi resta, senza trattarlo come un piano B umano.
Secondo: come rendere l’Italia un Paese capace di attrarre giovani, italiani e non italiani, verso lavoro, impresa, carriera, ricerca, territorio.
Perché il tema non è la nostalgia dei partenti. Il tema è la qualità dell’offerta che un Paese sa costruire.
Perché in Italia abbiamo un vizio più profondo: diciamo di voler trattenere i giovani e poi rendiamo difficile quasi tutto ciò che li renderebbe protagonisti. Fare impresa è spesso una corsa a ostacoli. Costruire carriera fuori da pochi centri dominanti resta complicato. Lavorare bene in territori intermedi è ancora un’eccezione. E intanto una parte non irrilevante del dibattito pubblico continua a concentrare incentivi, attenzione e immaginario su categorie che con il rilancio strutturale dei territori hanno poco a che fare, a partire da certa attrazione fiscale per pensionati e rendite. Non è un delitto. Ma è una scelta politica e culturale. E poi non ci si può stupire se i ventenni e i trentenni cercano altrove margini di iniziativa.
Qui sta anche il paradosso più irritante. Appena escono i dati, il discorso pubblico italiano si restringe come sempre all’ombelico nazionale: quanti ci hanno lasciato, che vergogna, che perdita. Molto meno spazio, invece, per l’Italia che funziona. Pochissimo interesse per i luoghi che riescono a trattenere, attrarre o far tornare persone. Quasi zero curiosità per i territori che potrebbero diventare laboratori di lavoro distribuito, impresa diffusa, nuova residenzialità, servizi intelligenti, filiere locali aperte al mondo. Eppure è lì che si giocherebbe una parte vera della partita.
Da anni, nel mio lavoro, vedo una cosa molto semplice: se rendi un territorio più vivibile, più connesso, più accessibile, più serio sul piano dei servizi e delle opportunità, non stai solo “salvando un borgo”. Stai creando le condizioni perché qualcuno possa scegliere di restare, arrivare o tornare. E questo vale per un ragazzo nato a Bari come per una professionista arrivata da Berlino, da Buenos Aires o da Londra. Ma per capirlo bisogna smettere di usare la mobilità come categoria morale. La mobilità non è tradimento. È una delle forme normali della vita contemporanea.
È anche il motivo per cui “Esco quando voglio” non è mai stato, per me, un invito a mollare l’Italia in preda a un entusiasmo esterofilo da cartolina. È il contrario. È un inno alla libertà di movimento, dunque alla libertà di crescita. E se c’è libertà vera, c’è anche la possibilità del ritorno. O dell’arrivo. O del radicamento altrove senza sensi di colpa. Il punto non è chiudere le persone dentro una geografia sentimentale. Il punto è costruire un Paese e dei territori abbastanza intelligenti da essere scelti, non subiti.
Per questo leggere la solita storia ripresa anche da una testata come Largo Consumo fa un certo effetto. Proprio chi si occupa di sistemi, consumi, organizzazione, distribuzione, comportamenti, filiere, lavoro, dovrebbe forse essere tra i primi a vedere la big picture. Non il piccolo melodramma italiano del “ce li rubano”. Dovrebbe domandarsi come cambiano i flussi di competenze, i modelli familiari, la geografia del lavoro, la domanda di servizi, l’attrattività dei territori, la relazione tra mobilità e consumo, tra residenza e investimento, tra libertà individuale e organizzazione economica. Invece troppo spesso si scivola nel riflesso condizionato: dato, allarme, frase pronta, carezza retorica.
No. Sveglia.
Studiamo i dati Istat. Cerchiamo davvero quelli Ipsos, che in questo caso vengono evocati ma non approfonditi pubblicamente nell’articolo come meriterebbero. Guardiamo al lavoro incredibile che la Fondazione Migrantes pubblica ogni anno. Chiediamoci non solo quanti partono, ma chi sono, dove vanno, cosa costruiscono, cosa imparano, cosa manca qui, cosa li convincerebbe a investire di nuovo in Italia. E intanto smettiamola con il lessico da requiem. Perché se continuiamo a parlare dei partenti come dei defunti civili, perdiamo la metà più interessante della storia. E forse perdiamo anche l’occasione di raccontare - e costruire - un’Italia che, nonostante tutto, può ancora diventare desiderabile.
Non per obbligo.
Per scelta.




Per circa 18 anni ho avuto un'azienda che si occupava di formazione professionale ai giovani (età media 23 anni), e in questo lasso di tempo ho visto sempre più ragazzi e ragazze avvicinarsi alla mia realtà con l'idea già chiara di andarsene all'estero. Alcuni arrivavano addirittura con il biglietto aereo già prenotato per la fine del corso.
Altri, invece, dopo essersi scontrati con il contesto lavorativo italiano, arrivavano dopo qualche mese alla stessa conclusione: fuori c'erano (ci sono?) più opportunità, a condizioni migliori e spesso con una qualità della vita superiore anche fuori dal contesto lavorativo - al netto delle valutazioni, dei gusti e delle esigenze personali.
Non parlo di 2 o 3 casi, ma di decine, centinaia di persone che negli anni hanno fatto quel tipo di percorso, e che la mia azienda seguiva per accompagnarli nella loro crescita. Io stesso ho intervistato personalmente un centinaio di ragazzi per farmi raccontare le loro esperienze fuori dall'Italia, proprio perché volevo sapere e capire punti di vista diversi rispetto al mio.
Ci sono stati anche i casi di quelli che, dopo tanti anni fuori, volevano tornare alle loro famiglie, ai loro affetti... alla loro casa, mi verrebbe da dire. Ma quelle poche persone, lo facevano con la consapevolezza che, lavorativamente parlando, la loro vita sarebbe solo peggiorata.
Io stesso - residente all'estero dal 2020 -, allo stato attuale delle cose non tornerei indietro nemmeno se mi pagassero.
Sintetizzare in poche righe i problemi dell'Italia sarebbe impossibile - oltre che inutile, almeno qui - ma quello che ho potuto vedere in questi anni è la fotografia di un paese che si accontenta della propria bellezza, e dietro a tutto quel fumo fa poco per offrire anche un po' di sano arrosto.
Prima di internet si poteva anche credere che fuori le cose non fossero così diverse, ma nell'era della globalizzazione basta davvero poco per capire che il nostro paese è in seria difficoltà sotto parecchi aspetti.
Non sono i miei clienti a dare una statistica generalizzabile a tutto il territorio italiano, ma l'evoluzione di questi 18 anni, se letta insieme ai numeri, suggerisce un "andazzo" difficile da ignorare.
Reversibile? Immagino di sì, purché ci sia la volontà di farlo.