C’è un personaggio che i media e molti consulenti di ‘destination marketing’ o simili hanno costruito con una certa cura negli ultimi anni: il nomade digitale ideale per l’Italia. È giovane, possibilmente straniero, lavora con il portatile, si innamora di un borgo e non vede l’ora di far parte della comunità che abbiamo pensato per lui. Arriva con un reddito prodotto altrove, spende qui e, già che c’è, ci risolve lo spopolamento. In pratica gli manca soltanto il costume da supereroe.
Il problema non è che persone così non esistano. Il problema è quando un personaggio sufficientemente simpatico diventa il destinatario immaginario di tutte le nostre politiche. Con Nomag Media abbiamo voluto raccogliere la voce dei ‘nomads’ che ci leggono da diversi anni per spostare la domanda: invece di cominciare da ciò che vogliamo noi da loro, proviamo a vedere che cosa cercano loro. Anche se poi ci tocca cambiare la presentazione.
La famiglia era rimasta fuori dalla fotografia
Fra i rispondenti alla domanda su come immaginano il soggiorno italiano, il 78,2% indica partner, figli o altri familiari. Soltanto l’11,8% si vede da solo. Questa informazione dovrebbe entrare prima della fotografia del ragazzo con il portatile davanti al mare, perché cambia quasi tutto: la casa, gli spazi di lavoro, la mobilità e il numero di persone che devono essere d’accordo sul trasferimento temporaneo.
Il 72,4% preferisce una casa intera privata o un appartamento con servizi. Non significa che detesti gli altri esseri umani. Significa che socializzare e condividere il bagno sono due decisioni diverse. È una distinzione che nel dibattito sulle community tende a scomparire, forse perché una casa normale con una lavatrice funziona meno bene in un pitch di un nuovo ecosistema internazionale.
Almeno per un po’ non è una clausola in piccolo
Il 66,8% vorrebbe trascorrere in Italia da uno a tre mesi. Ecco perché il titolo inglese è ‘At Last, Italy… At Least Temporarily’. Quel temporaneamente è una parte sostanziale della storia, non un difetto da correggere convincendo tutti a iscriversi all’anagrafe. Una persona può tornare, frequentare negozi e ristoranti, costruire relazioni e conoscere un luogo senza volerci trasferire per sempre la propria vita.
Se un territorio decide di lavorare su questa domanda, deve misurarla per quello che è. Non trasformare due mesi di permanenza in un nuovo residente nel giorno dell’annuncio e poi lamentarsi quando il presunto nuovo residente prende l’aereo. Il pubblico aveva detto fin dall’inizio che desiderava un soggiorno temporaneo. Siamo noi che avevamo aggiunto il lieto fine demografico.
Il Wi-Fi non accompagna nessuno dal medico
Nelle risposte sui servizi, trasporti e accessibilità arrivano al 65,8%, sanità e servizi quotidiani al 59,8%, internet affidabile o spazi di lavoro al 45,5%. Naturalmente un lavoro online ha bisogno della connessione. Il dato non autorizza nessuno a scollegare il router. Ci ricorda soltanto che una volta finita la videocall le persone continuano ad avere un corpo, un frigorifero e qualche necessità non digitalizzabile.
Il 49,4% considererebbe seriamente una città media; il 10,2% una località rurale o montana. Non è un referendum contro i borghi e non sono scelte esclusive. Ma se il mercato esprime una preferenza, dovremmo almeno ascoltarla prima di spiegargli che la sua vera aspirazione è vivere proprio dove noi abbiamo un edificio da riempire. I collegamenti fra piccoli centri e città servite possono essere parte della risposta; l’entusiasmo da solo, temo, no.
Anche una ricerca deve conoscere i propri limiti
Abbiamo raccolto 1.056 risposte dal pubblico internazionale NOMAG, con 981 questionari di base completi. Non abbiamo intervistato tutti i nomadi digitali del pianeta, e non intendiamo farlo credere o imporre. La ricerca dice molto su chi siano i lettori di NOMAG, non certo tutto l’universo ‘Nomad’. Mi interessa che questi risultati facciano discutere per quello che dicono, non perché avessimo una tesi da dimostrare prima di mandarli in stampa.
Presenterò il libro il 24 settembre a Roma, insieme agli altri volumi della collana NOMAG Research. Il mio auspicio è molto meno spettacolare di un’Italia ripopolata a colpi di coworking: che iniziamo a progettare per persone reali, con vite già abbastanza complicate. Rendere più semplice trovare casa e prendere un treno potrebbe sembrare poco rivoluzionario. A chi deve farlo tutti i giorni, però, rischia persino di piacere.
La presentazione a Roma
24 settembre 2026, ore 17.00 · Centro Studi Americani, Via Michelangelo Caetani 32, Roma. L’incontro presenta i primi risultati RELOCALS e la collana NOMAG Research.




