Altro che mafia, David: qui servono meatballs
Il creatore dei Sopranos vuole raccontare gli americani di origine italiana che arrivano in Italia. Ottima idea, purché non finisca in una clip HBO con travi a vista, nonne, nostalgia e case a €1
Premessa
Secondo quanto riportato da Variety, David Chase, creatore di The Sopranos, starebbe pensando a un nuovo progetto televisivo o cinematografico dedicato a quattro italoamericani che decidono di trasferirsi in Italia e comprare casa nella “old country”. L’idea, emersa durante una conversazione pubblica al Karlovy Vary International Film Festival, intercetta un fenomeno reale e sempre più visibile: americani, spesso con origini italiane, che guardano all’Italia non solo come destinazione turistica o memoria familiare, ma come possibile luogo in cui vivere, investire, ricominciare o semplicemente respirare meglio.
Caro Mr. Chase,
posso chiamarla David? No, meglio di no. C’è sempre il rischio che qualcuno, da qualche parte nel New Jersey, pensi che il rispetto inizi dall’uso del cognome e finisca con una discussione molto seria davanti a un piatto di baked ziti.
Quindi: signor Chase.
Ho letto che le piacerebbe fare un film, o forse una serie, su quattro italoamericani che decidono di comprare casa in Italia e tornare nella “old country”, quella vecchia patria che per molti americani di origine italiana è insieme un luogo reale, una mitologia familiare, una fotografia color seppia sul mobile del soggiorno, una nonna che non perdonava il sugo industriale e una confusione geografica nella quale Napoli, la Sicilia, il Molise e “somewhere near Rome” finiscono spesso nello stesso cassetto emotivo.
Ecco: l’idea è magnifica.
Davvero.
Non lo dico per piaggeria televisiva, né perché The Sopranos abbia fatto per l’immaginario italoamericano quello che il Rinascimento ha fatto per i musei europei e la mozzarella di bufala per le diete fallite. Lo dico perché, finalmente, qualcuno sembra avere intuito che la storia degli italiani d’America non può continuare a essere raccontata solo attraverso il crimine organizzato, il trauma della seconda generazione, il pranzo della domenica, la madre ingombrante, il cugino che conosce qualcuno, la macelleria con il retrobottega sospetto, il ristorante con tovaglie rosse a quadretti e l’inevitabile frase pronunciata con accento da Little Italy anche quando il personaggio è nato in un sobborgo del New Jersey e lavora in un hedge fund.
Però, signor Chase, proprio perché l’idea è ottima, bisogna stare attenti.
Perché il rischio è enorme.
Non il rischio artistico. Quello, anzi, è interessante. Il rischio vero è quello della macchietta aggiornata al 2026: non più l’italoamericano con la canottiera e la collanina d’oro che dice “mamma mia” davanti a un piatto di spaghetti, ma l’italoamericano con la camicia di lino, il cappello Panama e l’account Instagram chiamato “Our Little Tuscan Dream”, che compra una casa a un euro in un borgo “undiscovered”, scopre che il tetto costa 180.000 euro, litiga con tre geometri, due cugini del venditore e un ufficio tecnico comunale aperto solo il martedì dalle 10.12 alle 10.47, poi capisce che la vera mafia non era quella dei film, ma il preventivo dell’impresa “chiavi in mano” scritto su WhatsApp senza IVA, senza data e senza vergogna.
Questa è la serie.
Non il ritorno romantico alla terra degli avi.
Non la cartolina con la Vespa, il tramonto e il bicchiere di vino bevuto guardando una collina che, nel frattempo, il vicino ha già promesso di vendere a un tedesco.
La vera storia è molto più divertente, più feroce, più tenera e più contemporanea: migliaia di americani, molti dei quali con origini italiane vere, presunte, ricostruite, sognate o certificate da un bisnonno nato in provincia di Avellino nel 1898, stanno guardando all’Italia non come a un museo genealogico, ma come a una possibile via d’uscita. Dall’ansia americana. Dal costo della vita. Dalla sanità come sport estremo. Dalla politica urlata. Dalla suburban loneliness. Dalla sensazione che la promessa americana, per molti, sia diventata un abbonamento premium con sempre meno servizi inclusi.
E l’Italia, con tutti i suoi difetti, è improvvisamente tornata a essere una risposta.
Non sempre la risposta giusta. Non sempre la risposta facile. Ma una risposta possibile. E qui nasce il materiale narrativo vero.
Perché l’Italia che questi americani scoprono non è quella che avevano ereditato nei racconti di famiglia. Non è il paese immobile della nonna, non è il presepe permanente, non è il parco tematico delle radici, non è la “old country” che aspetta solo di essere ritrovata da quattro nipoti emozionati con il passaporto blu e una gran voglia di pronunciare male “bruschetta”.
L’Italia di oggi è un paese vivo, complicato, seducente, esasperante, bellissimo e amministrativamente sadico. È un luogo dove puoi mangiare il miglior pranzo della tua vita per 18 euro e poi perdere sei mesi per capire perché il Comune non trova una planimetria. È un paese dove un borgo spopolato può offrirti una casa a un prezzo simbolico, ma poi chiederti, giustamente, di restaurarla, rispettare vincoli, presentare pratiche, pagare professionisti, capire la differenza tra abitabilità, agibilità, destinazione d’uso, residenza, domicilio e quella zona misteriosa dell’esistenza italiana in cui tutto “si può fare” finché non chiedi di metterlo per iscritto.
È un paese dove l’americano arriva pensando di dover imparare l’italiano e scopre che la prima vera lingua da imparare è il geometrese.
Una lingua antica, più difficile del latino, basata su frasi come “bisogna vedere cosa risulta in Comune”, “catastalmente è una cosa, urbanisticamente un’altra”, “la pratica è quasi pronta”, “manca solo una firma”, “il tecnico è in ferie”, “ci aggiorniamo dopo Ferragosto”, che in Italia significa un periodo compreso tra il 16 agosto e la fine morale della civiltà occidentale.
Eppure, proprio lì, in quella frizione tra sogno e realtà, tra heritage e burocrazia, tra nostalgia e Google Translate, tra la promessa di una vita più lenta e la scoperta che anche la lentezza ha un ufficio competente, c’è una storia enorme.
Non una storia sugli italiani d’America che “tornano indietro”.
Una storia sugli italiani d’America che vanno avanti.
Perché la parola “ritorno” è già una trappola. Si torna in un posto che si conosce. Si torna in una casa che ti aspetta. Si torna a qualcosa che è rimasto fermo mentre tu eri altrove. Ma chi arriva oggi dagli Stati Uniti in Italia, anche quando ha cognome italiano, anche quando ha ottenuto la cittadinanza per discendenza, anche quando sa cucinare le meatballs della nonna e si commuove davanti al certificato di nascita del bisnonno, non sta davvero tornando. Sta arrivando.
E arrivare è molto più interessante che tornare.
Arrivare significa scoprire che l’Italia reale non coincide né con la nostalgia americana né con il cinismo italiano. Che non è tutta dolce vita, ma non è neanche solo declino. Che i borghi non sono set cinematografici abbandonati in attesa del protagonista straniero, ma comunità spesso fragili, diffidenti, generose, ferite, piene di memoria e di problemi concreti. Che comprare una casa non significa comprare un’appartenenza. Che il paese non ha bisogno dell’ennesimo straniero innamorato della vista, ma di persone capaci di stare, investire, capire, rispettare, partecipare, pagare le tasse, rifare i tetti senza trasformare ogni muro in “authentic rustic chic” da catalogo Airbnb.
E qui, signor Chase, bisogna fare attenzione doppia.
Perché Hollywood, quando vede l’Italia, perde spesso il controllo glicemico. Parte la musichetta. Arriva il mercato. Una donna anziana impasta qualcosa. Un prete attraversa la piazza. Un uomo baffuto dice una frase saggia. Una ragazza americana riscopre sé stessa grazie a un piatto di pasta, a un muratore emotivamente disponibile o a un’eredità immobiliare che nella vita reale sarebbe bloccata da sette coeredi, due ipoteche e una successione mai chiusa dal 1974.
Basta.
Davvero, basta.
L’Italia non ha bisogno di un altro racconto in cui il paese funziona come terapia low cost per americani esausti. E gli italoamericani non hanno bisogno di un altro racconto in cui la loro identità è ridotta a salsa, sangue, santi, surname e qualche parola italiana pronunciata con la sicurezza di chi non ha mai affrontato un tabaccaio per pagare una marca da bollo.
La cosa interessante, oggi, è molto più adulta.
È l’incontro fra due crisi.
Da una parte l’America, con una parte della sua classe media e professionale che guarda fuori non per turismo, ma per possibilità. Dall’altra l’Italia, con interi territori che hanno case vuote, scuole che chiudono, economie locali da riattivare, comunità che vorrebbero nuovi residenti ma non sempre sanno come accoglierli, e una macchina pubblica che riesce contemporaneamente a desiderare investimenti stranieri e a scoraggiarli con una modulistica che sembra scritta da Franz Kafka dopo una lunga riunione condominiale.
In mezzo ci sono loro: gli americani che arrivano.
Alcuni hanno soldi, altri no. Alcuni cercano una pensione serena, altri vogliono lavorare da remoto. Alcuni inseguono la cittadinanza italiana come un destino, altri semplicemente vogliono vivere in un posto dove il pane sappia di pane e non di gommapiuma moralmente corretta. Alcuni idealizzano l’Italia in modo tenerissimo e insopportabile. Altri arrivano molto preparati, studiano, chiedono, confrontano, capiscono che Milano non è un borgo, che la Toscana non è economica per definizione, che il Sud non è un unico tramonto, che vivere in centro storico è bellissimo finché devi portare su una lavatrice per tre rampe di scale medievali progettate quando la logistica principale era il mulo.
Alcuni ce la fanno. Alcuni scappano. Alcuni restano e diventano più italiani degli italiani, cioè iniziano a lamentarsi di tutto con competenza, ma senza più voler andare via.
Questa è la materia prima del suo lavoro.
Altro che “quattro italoamericani nel paese degli avi”.
Quattro persone che pensano di comprare una casa e scoprono di aver comprato una crisi identitaria con vista panoramica.
Quattro persone che arrivano con l’idea della “old country” e trovano un paese nuovo, più globale, più contraddittorio, più fragile, più interessante, dove un borgo calabrese può parlare con Brooklyn, un pensionato del New Jersey può ridare vita a una casa in Abruzzo, una designer di San Francisco può innamorarsi delle Marche e poi impazzire perché la fibra arriva fino alla piazza ma non fino alla sua scrivania, un ex manager può reinventarsi in Puglia e scoprire che il vero shock culturale non è il pranzo alle due, ma il fatto che il commercialista non risponda alle email con la stessa immediatezza con cui lui, per trent’anni, ha risposto a Slack.
E poi ci siamo noi.
Sì, lo sappiamo: questa è la parte in cui l’articolo rischia di diventare autocelebrativo. Quindi la diciamo male, così almeno resta elegante.
Signor Chase, prima di consegnare questa storia a qualcuno che pensa che “moving to Italy” significhi mettere in fila una nonna, una Vespa, una casa a un euro e un uomo chiamato Giuseppe che aggiusta tutto con un sorriso, forse sarebbe utile parlare con chi questa roba la vede succedere davvero. Non da osservatorio accademico, non da agenzia immobiliare travestita da poesia, non da ufficio marketing di un Comune che ha scoperto Canva, ma da dentro quel flusso strano, crescente, spesso caotico e molto concreto che collega italiani all’estero, italo-discendenti, americani innamorati dell’Italia, professionisti in fuga dall’iperproduttività, pensionati curiosi, investitori cauti, famiglie in cerca di un altro ritmo, borghi che vogliono rinascere e territori che non vogliono diventare solo fondali per il prossimo reel.
ITS Italy (con ITS Journal, Esco Quando Voglio, We the Italians, Nomag e tutto l’ecosistema che ruota intorno a queste conversazioni) non sta raccontando (e costruendo) questa cosa da ieri mattina perché è uscita su Variety. L’abbiamo intercettata da anni. Con numeri, lettori, eventi, contatti, storie, richieste, paure, entusiasmo, errori, preventivi, case viste, case sognate, case comprate, case da non comprare, americani che chiedono se con 80.000 dollari possono vivere in Toscana vista cipressi e italiani che rispondono “certo, ma forse nel 1997”.
E il punto è proprio questo: se questa storia va raccontata, bisogna raccontarla senza farne né una favola né una presa in giro. O meglio: bisogna prenderla in giro abbastanza da salvarla dalla retorica, ma non così tanto da non vederne la potenza.
Perché fa ridere, certo.
Fa ridere l’americano che arriva convinto che “a house in Italy” sia un prodotto, come un abbonamento Netflix con travi a vista. Fa ridere l’italiano che vende un rudere dicendo “basta una rinfrescata” quando dentro crescono piante con un proprio codice fiscale. Fa ridere il sindaco che vuole attrarre nuovi residenti ma non ha una pagina web aggiornata dal 2016. Fa ridere il notaio che pronuncia “remote working” come se fosse una malattia tropicale. Fa ridere il paese che sogna investitori stranieri e poi considera sospetto chiunque chieda una risposta scritta entro la settimana.
Ma sotto questa commedia c’è qualcosa di serio.
C’è una diaspora che non è più solo memoria, ma infrastruttura emotiva ed economica. Ci sono milioni di persone con un legame italiano, forte o labile, che oggi non cercano solo di sapere da dove venivano i loro nonni, ma dove potrebbero andare loro. C’è un’Italia interna che ha bisogno di nuovi abitanti, non di figuranti. Ci sono comunità locali che possono rinascere, ma solo se l’arrivo degli stranieri non diventa colonizzazione estetica, speculazione immobiliare o turismo permanente travestito da residenza. C’è una possibilità enorme di trasformare la nostalgia in progetto, la genealogia in cittadinanza attiva, il sogno della casa in una relazione vera con un territorio.
E c’è anche una cosa che forse a lei, signor Chase, potrebbe interessare più di tutto: la contraddizione morale.
Perché questi personaggi non devono essere santi. Anzi, per favore, no.
Non facciamone quattro anime pure che arrivano in Italia a ritrovare l’autenticità perduta. L’autenticità è una parola pericolosa, soprattutto quando la usa qualcuno che ha appena comprato una lampada industriale prodotta in Cina per rendere più “vero” un casale umbro.
Facciamoli pieni di difetti.
Uno arriva perché non sopporta più l’America, ma continua a comportarsi come se ogni paese dovesse funzionare secondo le regole americane. Uno vuole “reconnect with his roots”, ma non sa nulla dell’Italia contemporanea e confonde la storia familiare con il diritto automatico a essere accolto come un figlio prodigo. Uno compra per investimento e poi si sorprende quando il borgo non vuole diventare un dormitorio per stranieri. Uno è davvero innamorato dell’Italia, ma deve imparare che amare un paese significa anche accettare che quel paese ti dica no, ti faccia aspettare, ti contraddica, ti deluda, ti chieda di capire prima di trasformare.
E poi mettiamoci gli italiani.
Non come comparse folcloristiche.
Non il contadino saggio. Non la vedova che insegna a fare la pasta. Non il sindaco visionario con la fascia tricolore e il cuore grande. O almeno, non solo.
Mettiamoci il proprietario che ha lasciato marcire la casa per trent’anni e ora, appena sente accento americano, triplica il prezzo. Il tecnico bravo ma impossibile da incastrare. L’architetto giovane che capisce tutto e deve mediare tra normative, sogni, budget e pietre del 1600 che non vogliono essere spostate. Il vicino che all’inizio diffida e poi porta i pomodori. Il barista che sa tutto del paese ma non dice niente finché non hai preso almeno dodici caffè. Il funzionario pubblico che sembra l’antagonista e invece sta solo cercando di evitare che qualcuno trasformi un ex pollaio vincolato in “boutique retreat”. Il cugino italiano che compare appena sente parlare di cittadinanza, eredità o vendita, perché in Italia il sangue è importante, ma il catasto di più.
Questa sarebbe una serie da vedere.
Una serie in cui l’Italia non salva nessuno automaticamente, ma costringe tutti a rinegoziare chi sono.
Una serie in cui l’americano scopre che vivere meglio non significa vivere senza problemi, ma scegliere problemi che abbiano almeno un panorama decente e una cena seria alla fine della giornata.
Una serie in cui l’italiano scopre che questi americani non sono solo turisti con più budget, ma persone che possono portare energia, relazioni, attenzione, domande nuove e, sì, anche un po’ di sana ingenuità, quella che spesso serve a riaprire porte che noi avevamo chiuso per cinismo, stanchezza o perché “tanto qui non cambia mai niente”.
E una serie in cui il vero colpo di scena, alla fine, non è chi tradisce chi, chi compra cosa, chi eredita la casa, chi ottiene il permesso, chi scopre il segreto di famiglia o chi ha mentito sulla metratura.
Il vero colpo di scena è che l’Italia, nonostante tutto, funziona.
Non sempre. Non bene. Non come dovrebbe. Non senza bestemmie, PEC, marche da bollo e una quantità di pazienza che negli Stati Uniti verrebbe probabilmente medicalizzata.
Ma funziona in un modo suo, umano, imperfetto, relazionale, esasperante e meraviglioso. Funziona perché alla fine qualcuno ti apre una porta. Qualcuno ti spiega. Qualcuno ti aiuta. Qualcuno ti frega, certo, ma anche quello fa curriculum. Qualcuno ti invita a pranzo. Qualcuno ti dice “lascia stare quella casa, ne conosco una meglio”. Qualcuno ti mette in contatto con il tecnico giusto. Qualcuno ti fa capire che non stai comprando solo mura, ma una posizione dentro una comunità.
E allora sì, forse lei, Signor Chase è la persona giusta per raccontarla.
Perché The Sopranos, al netto di tutto quello che poi il pubblico ha feticizzato, non funzionava perché c’erano i gangster. Funzionava perché prendeva un immaginario già consumato e lo svuotava dall’interno. Perché mostrava uomini convinti di essere protagonisti epici mentre erano spesso piccoli, fragili, ridicoli, depressi, prigionieri di un copione ereditato. Perché capiva che l’identità, quando diventa performance, può essere una gabbia. E oggi l’identità italoamericana, nel momento in cui incontra l’Italia reale, ha bisogno esattamente di questo: essere liberata dal proprio costume di scena.
Niente più macchiette. Niente più mafia come scorciatoia narrativa. Niente più Italia come terapia cromatica. Niente più borghi come fondali per americani in cerca di sé stessi.
Facciamo una cosa più difficile, quindi più interessante: raccontiamo persone che arrivano in Italia pensando di trovare una risposta e scoprono invece una domanda molto più grande.
Che cosa resta dell’origine quando smette di essere nostalgia e diventa scelta quotidiana?
Che cosa significa essere italiani quando non basta più un cognome, una ricetta, una memoria familiare o un certificato trovato in archivio?
Che cosa succede quando un paese vecchio, spopolato, burocratico e pieno di bellezza incontra persone che arrivano da un paese potente, stanco, nervoso e pieno di soldi, paure e desiderio di fuga?
E soprattutto: chi cambia chi?
L’americano cambia il borgo o il borgo cambia l’americano? E poi perché sempre e solo borghi e non cittadine di 10/15 mila abitanti?
L’Italia accoglie nuovi cittadini o li assorbe lentamente fino a trasformarli in persone che, dopo due anni, iniziano ogni frase con “il problema di questo paese è…” e la finiscono dicendo che però non vivrebbero da nessun’altra parte?
Ecco, Signor Chase. Questa è la storia.
Noi siamo qui.
Non con la pretesa di insegnarle a scrivere una scena, ci mancherebbe. Sarebbe come spiegare a Michelangelo come si tiene lo scalpello, o a Carmela Soprano come si organizza una cena con senso di colpa incorporato.
Ma con una proposta molto semplice: prima che qualcuno trasformi questa intuizione in una sequenza di limoni, dialetti inventati, case regalate, italiani pittoreschi e americani redenti dal pecorino, venga a parlare con chi questa nuova migrazione la sta guardando da vicino, ogni giorno, nelle email, nelle newsletter, negli eventi, nelle storie dei lettori, nei progetti di chi vuole andarsene, tornare, arrivare, investire, capire, sbagliare meno.
Perché gli italoamericani che si trasferiscono in Italia non sono una tendenza da lifestyle magazine.
Sono una storia politica, culturale, immobiliare, familiare, economica, comica e profondamente umana.
E se raccontata bene, potrebbe essere davvero qualcosa di nuovo.
Se raccontata male, invece, sarà l’ennesima casa a un euro comprata a caro prezzo.
E quella, mi creda, l’abbiamo già vista.
Anche senza HBO.
PS: Ho chiesto a ChatGPT di farmi un’immagine per questo articolo…




