Oggi un giornalista italiano (non lo nomino per fastidio suo) ha trovato l’ennesima prova della gloria britannica post-Brexit: alcuni fondi vendono azioni francesi e comprano titoli londinesi. E voilà: sterlina trionfante, Europa in rotta, God Save the City.
MA...
Comprare azioni a Londra non significa fuggire dall’aria euro. La Francia non è l’UE e il FTSE 100 non è l’economia britannica. Un mese di flussi non cancella le conseguenze della Brexit: l’ente britannico per le previsioni economiche ne stima ancora un costo del 4% di produttività nel lungo periodo. Che fastidio, i numeri quando non collaborano.
Dopo trent’anni con base a Londra, ho conosciuto la City prima del referendum, durante il divorzio dall’UE e dopo. Una città straordinaria, certo. Per me è casa. Ma non una religione. Chi è arrivato nel 2018, a referendum già celebrato, ha visto soprattutto l’ultimo atto. Forse conviene distinguere ciò che Londra era prima, ciò che resta nonostante la Brexit e ciò che avrebbe guadagnato grazie alla Brexit. Quest’ultima versione attende prove - per ora non pervenute.
Quanto al sole dell’Impero, splende sempre. Almeno finché, per chi ne scrive, un trasferimento, magari del coniuge o della coniuge al cui seguito si muove, non porterà ad altra Corte della cui superiorità vorrà convincersi (e provare a convincerci).
Follow the money. Ma prima, follow the facts.



